lunedì 24 novembre 2008

Scuola crollata nel torinese



Siamo di fronte ad un fatto del quale non avremmo voluto testimoniare: la morte di un ragazzo diciassettenne avvenuta a scuola. Morto non per atti di bullismo. Morto non per aver tentato di fare azioni non lecite. Morto non perché si drogava o fumava sostanze strane. Perché abbiamo sentito anche di questo, ma non è il caso. Morto solo per il fatto di essere andato a scuola. Quella scuola fatiscente, crollata al primo acquazzone di Novembre. Ma vediamo cosa è successo. Era sabato mattina. Fuori pioveva, tirava un forte vento, come accade da qualche giorno lì a Torino. Pochi minuti dopo mezzogiorno si sente improvvisamente sbattere la porta dell’aula IV G, aperta violentemente dal vento, e un istante dopo avviene il crollo; cede il soffitto, cadono calcinacci da tutte le parti, i più rapidi escono dai loro posti. Vito no. Vito rimane in quell’aula, schiacciato a morte da un tubo di 60 chili crollatogli addosso. Intanto l’aula comincia ad allagarsi. Evacuati tutti, vengono chiamati i soccorsi. Prontamente arrivano sul posto i Vigili del Fuoco e l’ambulanza, con i medici che non possono fare altro che constatare il decesso del giovane. E portare al pronto soccorso gli altri alunni feriti, per fortuna non in pericolo di vita. Chiaramente si alza subito un polverone mediatico sulle cause e sulle responsabilità. A oggi, due giorni dopo, non si è ancora chiarito di cosa si sia trattato, ma i Vigili del Fuoco sono convinti che sia stato un cedimento strutturale, aiutato dal maltempo. Proporrei di prendere in esame le dichiarazioni fatte dai nostri, si fa per dire, rappresentanti politici. Il primo è Berlusconi, che con il suo consueto savoir faire parla di fatalità. Molto rassicurante per i familiari sentirsi dire che, in pratica, loro figlio ha avuto sfiga. Poi, col buonsenso che lo contraddistingue, interviene Dario Franceschini, il secondo di Veltroni, rilasciando all’Ansa una dichiarazione nella quale scagiona il Governo Berlusconi da ogni responsabilità, ma dice che “certo, con la riforma Gelmini che taglia i fondi…”. Ora, a parte il comprensibile stupore nel notare che il primo a difendere il Governo in carica è un membro dell’opposizione, senza che peraltro nessuno avesse detto niente, ci si chiede perché debba essere strumentalizzata la morte di un povero ragazzo per fini politici. Chi scrive ha già esposto la sua idea in merito alla riforma Gelmini, ma sono sicuro che non sia un buon momento per parlarne. Se la riforma non ci fosse stata la scuola sarebbe crollata lo stesso. Qui si parla di gestioni precedenti, tagli effettuati in anni passati, e io non mi metto a fare polemica inutile, non adesso almeno, col corpo del povero Vito Scafidi ancora caldo. Interverranno gli organi preposti, i tribunali, a fare luce. Io voglio solo mostrare con quanto dannoso cinismo si parla di queste tragiche vicende. In questi momenti tornano sempre alla mano i numeri. Secondo il Codacons il 75% degli edifici scolastici è a rischio. Per parafrasare quanto detto da Berlusconi, a questo punto non ha avuto sfortuna Vito Scafidi, hanno fortuna gli altri, se solo una scuola su 4 è a norma. Non so quali siano i criteri di giudizio adottati dal Codacons, ma un fatto è inopinabile, testimoniato dall’intervista di un professore di matematica del liceo Darwin: il soffitto risaliva agli anni Trenta. Mercedes Bresso, presidente della regione Piemonte, casca improvvisamente dalle nuvole, affermando che nulla lasciava presagire quella tragedia. Non so se consigliarle un oracolo o pensare che stesse scherzando. Questi gravi incidenti vanno a sommarsi a quelli dei morti sul lavoro. Lavoro e studio sono diritti garantiti dalla Costituzione, ma su entrambi è meglio calare un velo pietoso. Se già è brutale far morire delle persone bruciate vive per non comprare le ricariche degli estintori, ancora più brutale è uccidere un ragazzo di 17 anni, che come unica colpa ha quella di voler studiare. E peggio ancora è parlarne come se fosse normale, come se fosse uno smacco politico, come se Vito Scafidi fosse soltanto un futuro elettore, un numero, un dato statistico. Non un ragazzo di 17 anni con una vita ancora da vivere. Il mio invito si limita a questo, sperando che per una volta si sappia mettere da parte le ideologie e ci si possa unire nel cordoglio per la famiglia vittima di questa triste vicenda. Andando poi, ma solo poi, a punire in modo equo i responsabili, senza strumentalizzazioni.
Fonti:
http://www.youreporter.it/ http://www.oknotizie.alice.it/ http://www.repubblica.it/ http://www.corrieredellasera.it/
Video consigliati:Prof di matematica:
Presidente regione Piemonte:

sabato 15 novembre 2008

Genova (Mexico)

Triste. Davvero triste.
Ho sempre seguito con attenzione i fatti accaduti al G8 di Genova nel 2001 e la sentenza di 2 giorni fa mi ha profondamente deluso.
Sono state scritte migliaia di pagine di testimonianze di persone che hanno vissuto quella terribile esperienza, quei momenti in cui hanno scoperto a che punto si può spingere la cattiveria consapevole dell’uomo. Ne ho lette tante e a volte sono riuscito a stento a trattenere le lacrime. Sono moltissimi i conti che non tornano e nonostante ciò a pagare sono solamente 13 agenti dei 29 sotto processo; da notare che quello con la pena più alta (4 anni, ridotta ad 1 con l’indulto) è Michelangelo Fournier, l’unico che un anno fa ha lacerato il silenzio raccontando che l’episodio avvenuto nella scuola Diaz "Sembrava una macelleria messicana" (testuali parole).
Sempre lui ha confessato al pm Francesco Cardona Albini: "Durante le indagini non ebbi il coraggio di rivelare un comportamento così grave da parte dei poliziotti per spirito di appartenenza. Arrivato al primo piano dell'istituto ho trovato in atto delle colluttazioni. Quattro poliziotti, due con cintura bianca e gli altri in borghese stavano infierendo su manifestanti inermi a terra. Sembrava una macelleria messicana. Sono rimasto terrorizzato e basito quando ho visto a terra una ragazza con la testa rotta in una pozza di sangue. Pensavo addirittura che stesse morendo. Fu a quel punto che gridai: 'basta basta' e cacciai via i poliziotti che picchiavano. Intorno alla ragazza per terra c'erano dei grumi che sul momento mi sembrarono materia cerebrale. Ho ordinato per radio ai miei uomini di uscire subito dalla scuola e di chiamare le ambulanze".

Un’altra testimonianza è offerta dal vice questore Pasquale Troiani (condannato a 3 anni): "Una leggerezza. Fu una leggerezza portare nella scuola Diaz le due molotov per incastrare i 93 no-global ospiti dell'istituto. Oggi forse non ripeterei quello che ora forse ritengo un errore, e cioè essermi recato là".

A peggiorare la situazione e la disumanità dei fatti è la testimonianza dei medici e degli infermieri che hanno accolto i feriti provenienti dalla scuola Diaz, i quali affermano che alcuni poliziotti si presentarono in ospedale con l’intenzione di portare via i feriti perché fossero trasferiti nella caserma di Bolzaneto; solo una “catena umana” di dottori ed infermieri ha potuto impedire che questo accadesse, le condizioni fisiche di alcuni dei feriti erano davvero al limite e l’assenza immediata di cure avrebbe potuto significare la morte.

Altra questione, legata agli abusi di Genova è la caserma di Bolzaneto. All’arrivo ciascun detenuto si vedeva intestare il relativo verbale. E via, chiuso in cella, costretto a restare per ore con le mani alzate. Insultato, minacciato, ancora picchiato. Accecato con i gas lacrimogeni gettati tra le sbarre. Spogliato, deriso, con gli agenti che mimavano atti sessuali. Senza distinzione tra detenuti maschi o femmine. Ma ufficialmente, secondo i verbali, i fermati non avevano paura e preferivano non parlare con l'esterno. Il falso, certificato dal perito Laura Parodi, è oggettivamente distinguibile anche ad occhio nudo. In 49 casi è stato usato un modello pre-compilato, in 17 un altro. In questi che i pm ricordano essere atti redatti da pubblici ufficiali, ci sono poi alcuni strafalcioni grotteschi.

Dulcis in fundo il dialogo registrato tra una poliziotta della Centrale Operativa ed un collega: "Ma guarda che io dalle 7 di ieri e di oggi sono stato in servizio fino alle 11, quindi... ho visto tutti 'sti balordi queste zecche del cazzo... comunque...speriamo che muoiano tutti...Tanto uno già va beh e gli altri... 1-0 per noi".
L’uno a zero di cui parla è Carlo Giuliani.

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Infiltrati e black bloc
Intervista a Mark Covell
Testimonianze scuola Diaz e Bolzaneto

Una pietra contro Carlo Giuliani

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Il pensiero di Amnesty
Le ferite di genova 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6
Un poliziotto oltre il limite (G. D'Avanzo)
Vignetta

Fonti:
www.corriere.it | www.repubblica.it | www.ansa.it | internazionale

martedì 11 novembre 2008

Il sogno italo-americano

E’ difficile scrivere un articolo non banale sulle elezioni americane appena terminate, perché è stato detto tutto ed il contrario di tutto, è stato analizzato ogni più piccolo significato e dato un simbolismo ad ogni evento.
Tutti, sia i sostenitori che gli avversari di Barack Obama, sono concordi nell’affermare che il 4 novembre 2008 è una data che entrerà nei libri di storia perché chiude il cammino di un cerchio d’inchiostro cominciato con le prime battaglie di Martin Luther King per la realizzazione di quel sogno così tanto ripetuto e cercato per cui “tutti gli uomini, i neri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.” (1)
Questo ovviamente non vuol dire che da ieri sera il razzismo è scomparso dalla faccia della Terra ed improvvisamente siamo tutti felicemente diversamente uguali, ma un grosso tabù è stato abbattuto dal paese che più di ogni altro avverte da decenni il senso di colpa e responsabilità per il permeare di questo mal sentimento nei tessuti della propria società.
Ciò che però colpisce della vittoria di Obama è quanto essa sia stata cercata al di fuori degli Stati Uniti.
Tutto il mondo si è come aggrappato a questa elezione quasi che il successo di Obama fosse un soffio di novità e speranza anche per noi europei che non abbiamo votato e non saremo governati da nessun inquilino della Casa Bianca.

Si è concesso poco peso ad una riflessione su questo tema, ma basta guardare le reazioni dei media mondiali all’indomani dell’elezione di Obama per capire quanto l’interesse per il nuovo presidente sia sentito come mai prima nella storia recente degli Stati Uniti, e questo è un dato che va al di là del semplice fatto che il successore di quello che un italiano su 60 milioni definisce “un gigante della storia” e 4 americani su 5 la caricatura di un presidente, ha la pelle di un colore diverso da quello dei suoi 43 predecessori.
La massima espressione di questa voglia europea di sentirsi partecipi al cambiamento americano concretizzatosi lo scorso 4 novembre l’abbiamo avuta ad ottobre, quando Barack Obama, in piena campagna elettorale, tenne una serie di comizi nei principali paesi del vecchio continente ritrovandosi a Berlino di fronte ad una folla di oltre 200.000 persone. In quell’occasione il futuro presidente disse: ”L'America non può isolarsi, l'Europa neanche. E' arrivato il momento di costruire nuovi ponti, di abbattere i Muri che dividono popoli e razze.”

E l'Italia?
Cosa ne pensano gli italiani del nuovo american-idol?
Nella nostra classe politica è evidente il mesto tentativo di dipingersi addosso un vestito in Obama-style che però si rompe ad ogni movimento.
L’attuale capo dello schieramento avverso alla maggioranza ha addirittura adottato in campagna elettorale l’ormai famoso “Yes we can” rimestandolo in un più sobrio “Si può fare”.
Ma come abbiamo visto…non si poteva proprio fare.
Su Berlusconi invece il copione è il solito. Per i suoi sostenitori, lui, quando era giovane, è già stato Obama.
Il fatto è che gli italiani sanno benissimo che un simil-Obama non c'è e non può esserci tra le nostre schiere di politici perché è il sistema politico italiano ad essere auto-esclusivo per potenziali Obama dello stivale. Questo ha scatenato voglia di partecipazione ed interesse negli elettori italiani, che hanno visto nella sfida per le presidenziali americane la novità di una intera generazione che per la prima volta si apprestava ad esprimere il proprio parere certa del peso che il voto avrebbe rappresentato, una sensazione che noi non sentiamo da parecchi anni ormai.
La differenza sta nel dover scegliere tra il meno peggio o doversi esprimere per il proprio futuro.
Un sondaggio di Repubblica, che chiedeva agli italiani come si sarebbero espressi se anche loro avessero potuto recarsi alle urne il 4 novembre, ha ricevuto 58.279 voti. Obama ha vinto con il 94% delle preferenze (55.031) mentre Jhon Mc Cain si è dovuto accontentare del 4% (2.521).
Ma se potessero farlo davvero, gli italiani voterebbero un presidente come Barack Obama?
E’ di pochi giorni fa infatti la frecciata del sempre simpatico Massimo D’Alema che ha dichiarato: “In Italia il figlio di un immigrato Keniota sarebbe ancora a fare la fila per il permesso di soggiorno. In America invece diventa presidente”
Sicuramente questo governo, con tutta una serie di provvedimenti proposti che vanno dalle famose impronte digitali ai bambini rom arrivando alle classi separate per gli stranieri, sta dando un’impronta alla propria legislatura che tutto si può definire fuorché di integrazione.
Episodi di violenza inaudita come l’omicidio di William Guibre, il ragazzo originario del Burkina Faso ucciso lo scorso mese a Milano per aver rubato una scatola di biscotti, o altri casi di intolleranza avvenuti in città come Parma, Roma, Ciampino e Castel Volturno contribuiscono a dare dell’Italia un’immagine di paese che ha innestato la retromarcia sui diritti civili dei propri cittadini e di coloro che entrano come immigrati.
Lo sostengono tutti, dalla Spagna alla Germania, passando dalla Francia fino ad arrivare agli Stati Uniti; proprio nello scorso mese di ottobre il New York Times usciva con un articolo dal titolo: “Italy’s Attacks on Migrants Fuel Debate on Racism” (Trad: "L'attacco italiano agli immigrati getta benzina al dibattito sul razzismo") .
Certo non ci aiutano gli apprezzamenti di Don Black, l’attuale capo del più grande movimento “Potere bianco” degli Stati Uniti (il nuovo Ku Klux Klan) che in una intervista a Repubblica ha dichiarato: “Ci piace il vostro Paese: c'è molta eccitazione sul nostro sito per quello che sta succedendo da voi, siete i primi e a reagire a dimostrare che non vi fate sottomettere dagli immigrati.”(2)

Sicuramente, un aumento dell’insicurezza e dell’intolleranza è dovuto anche ad una situazione di instabilità economica che l’Italia soffre da ben prima della crisi mondiale dell’economia (noi in questo siamo stati più che precursori) e questo fa capire perché per molti di noi italiani l’elezione di Obama viene vissuta come “cosa nostra”, con un interesse che non è paragonabile con nessuna delle precedenti consultazioni della storia estera recente.
Voglio portare un esempio di quanto questa crisi sia concretamente percepita come “mondiale” dalle persone comuni.
Parliamo dell’SCM, la più importante industria della provincia riminese.
E dell’inizio del mese la notizia che i dirigenti dell’SCM hanno chiesto la cassa integrazione per 220 dipendenti su 400 (pare si scenderà a 165), 160 operai e 60 impiegati: saranno sospesi a zero ore o a rotazione.
La richiesta prevede un periodo di dieci settimane e in questi giorni sono in corso le solite trattative con i sindacati.
Ma si tratta solo dell’esempio più eclatante.
Cattive notizie arrivano anche dalla Top automazioni di Poggio Berni, per 35 dipendenti, e un'industria chimica, la Sicer, per 25 dipendenti. Alla Maroncelli legnami è in arrivo la mobilità per 19 persone.
I sindacati la definiscono una crisi, per la prima volta, davvero trasversale. E non ne è indenne neppure l'edilizia.
Un fenomeno che ha assunto una certa consistenza nel mese di settembre, e che a ottobre ha subito un'accelerazione preoccupante. I dati sono ancora aggiornati a settembre: da gennaio a settembre le aziende che sono ricorse alla cassa integrazione sono state 102. Più altre 34 ricorse alla cassa per l'artigianato.
Per un totale di oltre 200.473 ore: nello stesso periodo del 2007 erano poco più di 150mila. Un aumento di oltre il 33 %.
E’ una catena infernale che coinvolge tutti, perché l’SCM ovviamente ha il mondo come proprio mercato e gli Stati Uniti rappresentano una buona fetta della torta di coloro che hanno capacità di influire sull’andamento dell’economia mondiale.
Forse per la prima volta quindi anche a Rimini la crisi mondiale è tangibile, e se lo è a Rimini lo è in tutta Italia, e questo fa capire perché il sogno americano è improvvisamente e necessariamente diventato per tutti il sogno italo-americano, un sogno che trova la sua ispirazione onirica in tanti aspetti della nostra vita, siamo passati dall’economia alla società, dai diritti alla politica e tanti altri aspetti forse andrebbero ancora analizzati.
Cucù…

“America, abbiamo fatto tanta strada. Abbiamo visto tanto. Ma c'è ancora tanto da fare. Stasera chiediamoci: se i nostri figli dovessero vivere fino a vedere il prossimo secolo, se le mie figlie fossero così fortunate da vivere tanto quanto Ann Nixon Cooper, che cambiamenti vedranno? Che progressi avremo fatto? Questa è la nostra opportunità di rispondere.

Questo è il nostro momento per ridare alla nostra gente il lavoro e aprire porte dell'opportunità ai nostri bambini, per ridare la prosperità e promuovere la causa della pace; per reclamare il sogno americano e riaffermare quella volontà fondamentale, che di tanti, siamo uno; che finché abbiamo respiro, abbiamo speranza. E se troviamo davanti a noi il cinismo e i dubbi e chi ci dice che non possiamo, risponderemo con quel credo senza tempo che riassume l'intero spirito di un popolo: sì, possiamo.” (3)

Fonti e citazioni:
(1) http://www.english-zone.com/holidays/mlk-dreami.html
(2) http://www.repubblica.it/2008/10/speciale/altri/2008elezioniusa/nuovo-klan/nuovo-klan.html
(3) Stralcio finale del discorso di Barack Obama a Chicago dopo la vittoria, guarda il video su http://it.youtube.com/watch?v=Y_LB_HGQEKk&feature=related

L'articolo del NYT citato nel post

I dati sulla situazione dell'SCM e di altre aziende del riminese sono presi da articoli da:
www.altarimini.it
www.newsrimini.it/stampa.php?sid=45621

lunedì 27 ottobre 2008

La riforma della scuola: questa sconosciuta

Credete di sapere tutto sulla prossima riforma della scuola? Oppure ammettete candidamente di non capire un accidente fra tutti gli scioperi, le manifestazioni, le contromanifestazioni, le minacce, e chi più ne ha più ne metta?
Io sono per la seconda, così ho deciso di fare un po’ di chiarezza.
Un primo dato interessante è questo: secondo i Cobas, dal 2001 al 2007 i fondi stanziati nella scuola dal Governo sono calati del 31%. I tagli all’istruzione e alla sanità, a detta di qualunque sociologo, politico, storico o chi si voglia, sono l’ultima cosa da fare, anche in stato di crisi (noi, per dirla alla Grillo, siamo in leggera controtendenza). Vediamone i motivi: ogni finanziaria, dal 2001 al 2007 (gli anni presi in esame), è rivolta a migliorare una situazione di inflazione che vede il debito pubblico oscillare attorno al 105% del PIL. Chiaramente per recuperare quei soldi bisogna tagliare da qualche parte ma il perché poi quella "qualche parte" sia l’istruzione è un teorema chiaro solo a Berlusconi, Prodi & Co; dico Prodi perché non si pensi che sia colpa solo di Berlusconi e dei suoi ministri se oggi studenti, docenti e bidelli scendono in piazza. Certo è che Berlusconi andrà forse ad impartire un sonoro colpo di grazia con la nuova riforma Gelmini, una delle prime di questo governo che altrimenti avanza quasi esclusivamente per decreti legge. La riforma, che deve attenersi alla finanziaria 2008, anch’essa volta a far cassa, prevede tagli per 8 miliardi di euro diluiti nel triennio 2009/2011. Per raggiungere l'obiettivo si licenzieranno 43.000 membri del personale ATA (quindi assistenti, bidelli, ecc…) e da 87.000 a 100.000 docenti (fonte Repubblica.it e Cobas).
I primi, come sempre, saranno i precari, con l'ovvia conseguenza di un innalzamento dell'età media dei docenti.
Inoltre, sempre nelle “Norme per il rilancio dell’efficienza e l’efficacia della scuola” rientra la brillante idea di fare classi di soli stranieri, per favorire l’integrazione. Pare infatti che per questo governo le classi di soli stranieri favoriscono l’integrazione. Forse l'assonanza tra "emarginazione" ed "integrazione" deve aver ingannato la mente confusa e distratta di qualche Onorevole.
Mi addentro ancora in questa strana riforma, che non riguarda solo le scuole medie superiori o l’università. Essa parte dal basso (come le grandi rivoluzioni), e penalizza i futuri giovani studenti sin dalla scuola materna eliminando la cosiddetta primavera, cioè quei giorni estivi a cavallo tra giugno e luglio tanto cari alle neo-mamme, nei quali la scuola materna bada ancora ai loro pargoli. Finita la materna, il bambino si troverà a dover affrontare le elementari con un unico maestro. Un vantaggio ragguardevole: lasciando a casa la modica cifra di due maestri ogni tre si potrà avere un giorno a settimana in più di rientro pomeridiano.
Molti docenti sono contrari al ritorno del maestro unico perchè sostengono che il maestro non può e non deve essere un “tuttologo” che si arrabatta alla meno peggio per fare troppe cose e in poco tempo, ma il membro di un’équipe di lavoro dove il confronto e la collaborazione sono carte vincenti per analizzare e risolvere le problematiche di una classe e per sostenere insieme, di fronte alla famiglia, le scelte educative effettuate.

Forte è anche la riduzione prevista per le ore settimanali delle scuole medi inferiori: si passa a 29 ore settimanali e non più 32, sempre per il rilancio dell’efficienza e dell’efficacia della scuola, come vuole incessantemente sottolineare il Ministro Gelmini. Comunque non preoccupatevi: gli adolescenti quattordicenni che escono dalle scuole medie (senza più l’esame, eliminato dal precedente governo) potranno impegnarsi a fondo nelle scuole medie superiori. E potranno farlo fino ad un massimo di 30 ore settimanali se sceglieranno un liceo. Oppure fino a 32 nel caso di un tecnico o di un professionale. Tra l’altro ci saranno a disposizione in tutta Italia 10.000 Lim, lavagne interattive multimediali: in pratica un portatile con delle casse e un proiettore. Questa iniziativa, consultabile al sito della pubblica istruzione italiana, appare un evidente controsenso con la politica del necessario taglio dei costi tanto sandierato dal Governo. Quanto costeranno infatti 10.000 Lim? E con quali soldi verranno acquistate? I nostri, ovviamente. Tra l’altro l’arguto Ministro per la Pubblica Amministrazione Renato Brunetta ha notato che rispetto alla media europea il rendimento delle nostre scuole, a parità di spesa, e del 40% in meno. Ciò vuol dire che con i soldi che stiamo spendendo dovremmo raggiungere il 40% di obiettivi in più. Invece l’arguto ministro (per fortuna) senza portafoglio sostiene che, si debbano tagliare le spese nell’istruzione di quel 40%. Certo i conti tornano lo stesso, ma onestamente non pare proprio una furbata!
Gli ultimi due aspetti sui quali mi vorrei soffermare sono la “lode all’eccellenza” e la scelta fra scuole pubbliche e private.
Con ordine.
La “lode all’eccellenza” è lo slogan con cui il Ministero dell’Istruzione si impegna a garantire borse di studio maggiori o primo anno di università senza tasse ai migliori 20 studenti sui circa 4000 annui che sono usciti con 100 e lode alla maturità. Questa idea è secondo me contestabile in due punti. Se infatti 4000 studenti sono usciti con 100 e lode, con che criterio si sceglie a quali 20 dare i privilegi meritatissimi da tutti? Secondo, non sarebbe più conveniente abbassare il costo medio della scuola, così che chiunque possa permettersi libri nuovi o accessi alle università anche più specializzate e quindi più costose stimolando quindi un aumento del livello medio dell’istruzione?
Parliamo poi dei soldi che verranno stanziati alle scuole private a scapito di quelle pubbliche: alcuni ministri, intervistati da Repubblica, dichiarano che sono costretti a mandare i loro figli alle scuole pubbliche piuttosto che a quelle private (e spesso cattoliche), che ormai stanno inesorabilmente chiudendo. Che tristezza eh? Anche i figli dei ministri dunque saranno scolari come gli altri. Inammissibile, dato che i loro padri e le loro madri non sono certamente uguali agli altri, non trovate? A parte i non sequitur ministeriali, appare chiaro che penalizzare la scuola pubblica a vantaggio di quella privata è una manovra più da leader aziendale che da Ministro dell’istruzione. E' evidente come in questo modo si incentiva uno strumento per l'istruzione utilizzabile solamente da chi ha i soldi per permettersi di frequentarlo. Inoltre tagliare i fondi alle università vuol dire tagliare il futuro ai giovani: che faranno questi giovani? Dove andranno? Se ad esempio la sanità in Sicilia spende più di quanto spenda tutta l’intera Svezia in sanità, ci sarà pure qualcos’altro da tagliare? La Gelmini sostiene giustamente che ci sono 627 corsi universitari con meno di 15 studenti, e più di 90 con un solo studente; queste sicuramente sono spese folli e ingiustificate, ma la riforma della legge 133 (la legge Gelmini), non colpisce a mio parere nel modo giusto. In Italia rimarrà forse la possibilità di studiare, sempre per i più ricchi, ma non quella di ricercare. Gli italiani hanno sempre aperto strade nei vari campi scientifici, perché ora le si vuole chiudere? Era da tempo che non si vedevano in piazza davanti alle università studenti, professori e bidelli insieme, uniti contro un nemico comune. Non si sottovaluti la cosa.
Un’altra innovazione, come la reintroduzione del grembiule, che personalmente non è né carne né pesce, la lascio al vostro giudizio. Ma in tutta questa riforma c’è un fatto positivo, di cui si discute tanto: il voto in condotta.
Secondo la riforma infatti tornerebbe a fare media, e l’insufficienza sarà 5, come le altre materie, e non più 7. A chi protesta per questo vorrei fare una domanda: non trovate che il comportarsi civilmente sia un’occasione per alzare la propria media? Non sono richiesti miracoli come per le santificazioni: basta non picchiare i compagni o i professori, non filmarsi mentre si fuma o si fa altro in classe, non essere particolarmente maleducati e un bel 10, o male che vada un 9, è assicurato. E non fa schifo a nessuno. Un’ultima domanda: è logico che tanti studenti vadano a manifestare davanti alle sedi delle istituzioni a Roma e, intervistati da giornalisti, non sappiano neanche dire contro cosa protestano? Purtroppo in questi casi mi vergogno di essere uno studente, e scrivere un articolo come questo francamente è inutile. Per fortuna ci sono anche quei 4000 studenti che escono con 100 e lode.

giovedì 23 ottobre 2008

Ancora razzismo

Assistiamo ormai periodicamente nella nostra povera penisola a impietosi episodi di razzismo. I casi di pestaggi o peggio stragi di extracomunitari stanno aumentando e solo nell’ultimo mese la cronaca ha divulgato numerose vergogne, come ad esempio il caso di Emmanuel. Il ventiduenne ghanese è stato fermato per un controllo antidroga da tre persone che arrivandogli alle spalle gli avevano bloccato le mani e lo avevano accerchiato; il giovane non avendo capito cosa stava succedendo è fuggito ma i tre agenti che non si erano identificati in precedenza lo hanno rincorso, preso e pestato. Poi caricatolo in macchina lo hanno portato in cella e durante il viaggio uno dei tre ha continuato a colpirlo infamandolo con frasi razziste come “negro di merda”. Infine per insabbiare la vicenda al padre ed alla stampa il comandante dei vigili ha dichiarato che il ragazzo era probabilmente caduto mentre fuggiva e che non era assolutamente stato insultato né tantomeno picchiato. Questa storia ha suscitato grande scalpore, al pari di quella del trentaseienne cinese malmenato da sette ragazzi tra i 14 e i 17 anni mentre aspettava l’autobus alla fermata. Il malcapitato è rimasto a lungo in stato di shock con il setto nasale rotto, un grave trauma cranico, una profonda ferita sulla nuca e svariati tagli sul viso. Gli aggressori sono stati severamente puniti dai genitori ma non sembravano pentiti né dispiaciuti per il loro crimine. Questa indifferenza dei giovani è la causa principale di azioni come queste, se non addirittura peggiori, e purtroppo il passo successivo al pestaggio è l’omicidio, come nel caso di Abdul William Guibre, il ragazzo di nazionalità italiana proveniente dal Burkina Faso di 19 anni che è stato ucciso con ripetute sprangate alla testa. I due aggressori (Fausto Cristofoli, 51 anni, ed il figlio Daniele, 31) secondo la ricostruzione degli agenti aiutata dai testimoni oculari John K., ventunenne del Ruanda e Samir R., diciannovenne di Reggio Calabria si sarebbero scagliati sul povero Abdul accusandolo di aver rubato dei biscotti nel loro bar e mentre urlavano epiteti razzisti continuavano a colpirlo per poi scappare lasciando il corpo del diciannovenne a terra quasi privo di vita. Il giovane è poi deceduto qualche ora dopo in ospedale tra le lacrime della famiglia e degli amici increduli e sconvolti dall’accaduto. Questo fatto increscioso purtroppo non è unico nel suo genere, un caso analogo si è verificato a Castelvolturno, analogo solo perche il movente dell’omicidio, o meglio in questo caso della strage è sempre il razzismo. Nel casalese questa volta sono morte ben 6 persone innocenti. Uno degli amici dei sei poveri africani, Kwane , colmo di rabbia ha dichiarato: “Come è possibile che avvenga tutto questo, come è possibile che avvenga qui in Europa? L'Africa fa schifo, okay. Veniamo qui per non vivere in quello schifo. Veniamo qui soltanto perché siamo poveri. Non è una colpa. Non lo dovrebbe essere in Europa. Vogliamo soltanto sopravvivere alla miseria e, quando ci riusciamo, aiutare le nostre famiglie. Dicono oggi che i nostri poveri morti erano spacciatori di droga. È una menzogna. Una grande menzogna. Si spezzavano la schiena nei campi e nei cantieri. Chi lavorava nella sartoria lo faceva dalla mattina alla sera, senza alzare la testa dal banco. È un'offesa che brucia sentire e leggere che erano delinquenti. Lo dicono soltanto per mettere tutto a tacere.[…]” poi scoppiato in lacrime ha continuato: “Non è giusto, siamo brava gente. Anche la nostra vita dovrebbe avere un valore. Quando uccisero quella signora a Roma, subito trovarono il rumeno assassino. Accadrà anche per noi, per i nostri amici innocenti? No, che non accadrà. Perché noi siamo negri e la nostra vita non vale quella di un italiano, nemmeno quella di un italiano assassino. Siamo noi - non i bianchi di qui, non gli italiani che accettano di vivere con quella gente armata - siamo noi a chiedere: dov'è lo Stato in questo Paese? Perché non fa il suo mestiere?
Non voglio darvi spunti…rispondete voi alla sua domanda.

Fonti:
www.ilbastiancontrario.it | www.zic.it | www.repubblica.it

mercoledì 22 ottobre 2008

Firma per Roberto Saviano

Roberto Saviano è minacciato di morte dalla camorra, per aver denunciato le sue azioni criminali in un libro - "Gomorra" - tradotto e letto in tutto il mondo. E' minacciata la sua libertà, la sua autonomia di scrittore, la possibilità di incontrare la sua famiglia, di avere una vita sociale, di prendere parte alla vita pubblica, di muoversi nel suo Paese. Un giovane scrittore, colpevole di aver indagato il crimine organizzato svelando le sue tecniche e la sua struttura, è costretto a una vita clandestina, nascosta, mentre i capi della camorra dal carcere continuano a inviare messaggi di morte, intimandogli di non scrivere sul suo giornale, "Repubblica", e di tacere.
Lo Stato deve fare ogni sforzo per proteggerlo e per sconfiggere la camorra. Ma il caso Saviano non è soltanto un problema di polizia. E' un problema di democrazia. La libertà nella sicurezza di Saviano riguarda noi tutti, come cittadini.
Con questa firma vogliamo farcene carico, impegnando noi stessi mentre chiamiamo lo Stato alla sua responsabilità, perché è intollerabile che tutto questo possa accadere in Europa e nel 2008.

Firma anche tu

mercoledì 15 ottobre 2008

"Io, prigioniero di Gomorra"

"Io, prigioniero di Gomorra lascio l'Italia per riavere una vita"

Andrò via dall'Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà...", dice Roberto Saviano. "
Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido - oltre che indecente - rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. 'Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l'odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri - oggi qui, domani lontano duecento chilometri - spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me.

Sai, questa bolla di solitudine inespugnabile che mi stringe fa di me un uomo peggiore. Nessuno ci pensa e nemmeno io fino all'anno scorso ci ho mai pensato. In privato sono diventato una persona non bella: sospettoso, guardingo. Sì, diffidente al di là di ogni ragionevolezza. Mi capita di pensare che ognuno voglia rubarmi qualcosa, in ogni caso raggirarmi, "usarmi". E' come se la mia umanità si fosse impoverita, si stesse immeschinendo. Come se prevalesse con costanza un lato oscuro di me stesso. Non è piacevole accorgersene e soprattutto io non sono così, non voglio essere così. Fino a un anno fa potevo ancora chiudere gli occhi, fingere di non sapere. Avevo la legittima ambizione, credo, di aver scritto qualcosa che mi sembrava stesse cambiando le cose. Quella mutazione lenta, quell'attenzione che mai era stata riservata alle tragedie di quella terra, quell'energia sociale che - come un'esplosione, come un sisma - ha imposto all'agenda dei media di occuparsi della mafia dei Casalesi, mi obbligava ad avere coraggio, a espormi, a stare in prima fila. E' la mia forma di resistenza, pensavo. Ogni cosa passava in secondo piano, diventava di serie B per me. Incontravo i grandi della letteratura e della politica, dicevo quello che dovevo e potevo dire. Non mi guardavo mai indietro. Non mi accorgevo di quel che ogni giorno andavo perdendo di me. Oggi, se mi guardo alle spalle, vedo macerie e un tempo irrimediabilmente perduto che non posso più afferrare ma ricostruire soltanto se non vivrò più, come faccio ora, come un latitante in fuga. In cattività, guardato a vista dai carabinieri, rinchiuso in una cella, deve vivere Sandokan, Francesco Schiavone, il boss dei Casalesi. Se lo è meritato per la violenza, i veleni e la morte con cui ha innaffiato la Campania, ma qual è il mio delitto? Perché io devo vivere come un recluso, un lebbroso, nascosto alla vita, al mondo, agli uomini? Qual è la mia malattia, la mia infezione? Qual è la mia colpa? Ho voluto soltanto raccontare una storia, la storia della mia gente, della mia terra, le storie della sua umiliazione. Ero soddisfatto per averlo fatto e pensavo di aver meritato quella piccola felicità che ti regala la virtù sociale di essere approvato dai tuoi simili, dalla tua gente. Sono stato un ingenuo. Nemmeno una casa, vogliono affittarmi a Napoli. Appena sanno chi sarà il nuovo inquilino si presentano con la faccia insincera e un sorriso di traverso che assomiglia al disprezzo più che alla paura: sono dispiaciuti assai, ma non possono.... I miei amici, i miei amici veri, quando li ho finalmente rivisti dopo tante fughe e troppe assenze, che non potevo spiegare, mi hanno detto: ora basta, non ne possiamo più di difendere te e il tuo maledetto libro, non possiamo essere in guerra con il mondo per colpa tua? Colpa, quale colpa? E' una colpa aver voluto raccontare la loro vita, la mia vita?

Lo sento addosso come un cattivo odore l'odio che mi circonda. Non è necessario che ascolti le loro intercettazioni e confessioni o legga sulle mura di Casale di Principe: "Saviano è un uomo di merda". Nessuno da quelle parti pensa che io abbia fatto soltanto il mio dovere, quello che pensavo fosse il mio dovere. Non mi riconoscono nemmeno l'onore delle armi che solitamente offrono ai poliziotti che li arrestano o ai giudici che li condannano. E questo mi fa incazzare. Il discredito che mi lanciano contro è di altra natura. Non dicono: "Saviano è un ricchione". No, dicono, si è arricchito. Quell'infame ci ha messo sulla bocca degli italiani, nel fuoco del governo e addirittura dell'esercito, ci ha messo davanti a queste fottute telecamere per soldi. Vuole soltanto diventare ricco: ecco perché quell'infame ha scritto il libro. E quest'argomento mette insieme la parte sana e quella malata di Casale. Mi mette contro anche i miei amici che mi dicono: bella vita la tua, hai fatto i soldi e noi invece tiriamo avanti con cinquecento euro al mese e poi dovremmo difenderti da chi ti odia e ti vuole morto? E perché, diccene la ragione? Prima ero ferito da questa follia, ora non più. Non mi sorprende più nulla. Mi sembra di aver capito che scaricando su di me tutti i veleni distruttivi, l'intera comunità può liberarsi della malattia che l'affligge, può continuare a pensare che quel male non ci sia o sia trascurabile; che tutto sommato sia sopportabile a confronto delle disgrazie provocate dal mio lavoro. Diventare il capro espiatorio dell'inciviltà e dell'impotenza dei Casalesi e di molti italiani del Mezzogiorno mi rende più obiettivo, più lucido da qualche tempo. Sono solo uno scrittore, mi dico, e ho usato soltanto le parole. Loro, di questo, hanno paura: delle parole. Non è meraviglioso? Le parole sono sufficienti a disarmarli, a sconfiggerli, a vederli in ginocchio. E allora ben vengano le parole e che siano tante. Sia benedetto il mercato, se chiede altre parole, altri racconti, altre rappresentazioni dei Casalesi e delle mafie. Ogni nuovo libro che si pubblica e si vende sarà per loro una sconfitta. E' il peso delle parole che ha messo in movimento le coscienze, la pubblica opinione, l'informazione. Negli anni novanta, la strage di immigrati a Pescopagano - ne ammazzarono cinque - finì in un titolo a una colonna nelle cronache nazionali dei giornali. Oggi, la strage dei ghanesi di Castelvolturno ha costretto il governo a un impegno paragonabile soltanto alla risposta a Cosa Nostra dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio. Non pensavo che potessimo giungere a questo. Non pensavo che un libro - soltanto un libro - potesse provocare questo terremoto. Subito dopo però penso che io devo rispettare, come rispetto me stesso, questa magia delle parole. Devo assecondarla, coltivarla, meritarmela questa forza. Perché è la mia vita. Perché credo che, soltanto scrivendo, la mia vita sia degna di essere vissuta. Ho sentito, per molto tempo, come un obbligo morale diventare un simbolo, accettare di essere al proscenio anche al di là della mia voglia. L'ho fatto e non ne sono pentito. Ho rifiutato due anni fa, come pure mi consigliavano, di andarmene a vivere a New York. Avrei potuto scrivere di altro, come ho intenzione di fare. Sono restato, ma per quanto tempo dovrò portare questa croce? Forse se avessi una famiglia, se avessi dei figli - come li hanno i miei "angeli custodi", ognuno di loro non ne ha meno di tre - avrei un altro equilibrio. Avrei un casa dove tornare, un affetto da difendere, una nostalgia. Non è così. Io ho soltanto le parole, oggi, a cui provvedere, di cui occuparmi. E voglio farlo, devo farlo. Come devo - lo so - ricostruire la mia vita lontano dalle ombre. Anche se non ho il coraggio di dirlo, ai carabinieri di Napoli che mi proteggono come un figlio, agli uomini che da anni si occupano della mia sicurezza. Non ho il cuore di dirglielo. Sai, nessuno di loro ha chiesto di andar via dopo quest'ultimo allarme, e questa loro ostinazione mi commuove. Mi hanno solo detto: "Robe', tranquillo, ché non ci faremo fottere da quelli là".

Roberto Saviano

Fonte:
Tratto dall'articolo di Giuseppe D'avanzo su www.repubblica.it

venerdì 10 ottobre 2008

...e allora firmiamo!

Da domani parte la raccolta firme contro il Lodo Alfano, legge scandalo ed incostituzionale, vediamo perchè.

Innanzitutto bisogna correggere le bugie di tantissimi politici che sostengono che in tanti altri paesi è presente una legge che rende immune le alte cariche dello Stato: non esiste democrazia al mondo che preveda l’immunità per il premier (Grecia, Portogallo, Francia e Israele la contemplano solo per il capo dello Stato).

Per fortuna esiste ancora un giudice a Milano, anzi parecchi: per esempio quelli del processo Mediaset (D’Avossa, Guadagnini e Lupo), che hanno accolto la questione di incostituzionalità dell’Alfano proposta dal pm Fabio De Pasquale, inoltrandola alla Corte costituzionale perché la porcata venga dichiarata illegittima. Cioè nulla. I testi di De Pasquale e del Tribunale, sono la più plateale smentita alle bugie raccontate in televisione, sulla Costituzione. Secondo il pm, l’Alfano la viola in quattro punti:

1) Se l’art. 3 statuisce l’eguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge e dunque l’art.112 prevede l’azione penale obbligatoria, non si vede come si possano sospendere i processi a carico delle 4 alte cariche dello Stato senz’alcun vaglio sulla gravità dei reati commessi né alcun filtro sull’opportunità di una scelta tanto pesante. Già bocciando il lodo Maccanico-Schifani, la Consulta aveva contestato il carattere generale e automatico della norma, ma Alfano se n’è infischiato e l’ha riproposta tale e quale.

2) Per l’art. 136, le leggi dichiarate incostituzionali sono nulle, dunque non si possono ripresentare: nullo lo Schifani, nullo anche l’Alfano.

3) La figura delle 4 “alte cariche”, per la nostra Costituzione, non esiste. Esse hanno diverse fonti di legittimità: il presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune più i presidenti di Regione; i presidenti delle Camere sono eletti dalle Camere; il premier è nominato dal capo dello Stato. Accomunarli nello stesso calderone impunitario non ha alcun senso.

4) Per derogare al principio costituzionale di eguaglianza, occorre una legge costituzionale: infatti sono articoli o leggi costituzionali a stabilire trattamenti speciali per ministri, capo dello Stato, giudici costituzionali e parlamentari. L’Alfano è una legge ordinaria, dunque non vale.

De Pasquale cita i lavori della Costituente, dove nel 1947 si discusse se immunizzare il Presidente della Repubblica (non certo quelli del Consiglio o delle due Camere) per reati comuni commessi fuori della sua funzione. L’on. Bettiol la propose, ma fu bocciato a larga maggioranza. Calosso obiettò: “Non vedo la necessità di costituire al Capo dello Stato una posizione speciale. Abbiamo una magistratura che è sovrana ed è uno dei poteri dello Stato… Persino presso certi popoli coloniali è possibile chiamare dinanzi al giudice il governatore”. Il grande Mortati rivelò: “Si è omessa intenzionalmente ogni regolamentazione della responsabilità ordinaria del Presidente. E’ una lacuna volontaria della Carta costituzionale”. Il presidente dell’Assemblea, Meuccio Ruini, tagliò corto: “Meglio una lacuna che un privilegio troppo grande per il Presidente, il quale è sempre cittadino fra i cittadini, anche se ricopre il più alto ufficio politico. Non ammetterei che per 7 anni il Presidente della Repubblica non rispondesse alla giustizia del suo Paese”. Altri tempi, altri padri costituenti. Poi arrivò il Lodo Alfano a spiegarci che la legge è uguale per tutti, tranne quattro.

Un'ultima puntualizzazione, Berlusconi s’è dimenticato di spiegare come mai, appena passato il Lodo Alfano, il suo avvocato on. Niccolò Ghedini annunciò che lui non l’avrebbe usato perchè voleva essere assolto, mentre ora pretende di applicarlo pure al coimputato Mills con la sospensione urbi et orbi del processo.

La raccolta firme inizia domani 11 ottobre 2008 e continuerà fino a dicembre, controllate qui (selezionando la vostra regione e provincia) dove si può firmare.
Punti di raccolta firme

Video consigliati:
Marco Travaglio - Passaparola "Sua impunità"
Marco Travaglio - Passaparola "I maiali sono più uguali degli altri"

Fonti:
http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it

venerdì 3 ottobre 2008

“Stavano scommettendo sulla mia sorte"

“Gli uomini che mi accompagnano lungo la strada sembrano non curarsi di me: mi lasciano indietro, ogni tanto si voltano e ridono. Io continuo ad arrancare per arrampicarmi sulla collina d’argilla. Il piccolo sentiero che percorro e’ circondato da una serie di pietre colorate. Le noto appena e non mi chiedo cosa siano. Finalmente uno degli uomini si decide a darmi una mano. Una volta arrivata in cima alla salita incontro un fotografo italiano, e’ lì già da un po’. E’ lui a spiegarmi il perchè di quelle risate: i mujhaeddin si divertivano a vedermi in difficoltà, soprattutto perchè quelle pietre intorno indicavano la posizione delle mine inesplose. Stavano scommettendo sulla mia sorte. ‘’Ce la farà a salire o metterà il piede su una mina prima di arrivare in cima?’’. Ecco quanto conta una vita in Afghanistan, in guerra."

Quanto vale oggi una vita in Afghanistan?
Cosa è rimasto, cosa si è conquistato in anni di lotte e di orrore?
Per cosa si combatte oggi in Afghanistan?
Per il controllo del paese? Per il potere? Per i campi di papaveri ed il controllo del mercato dell’oppio? Per la democrazia?

I mujaheddin dicono di combattere per l’identità di un luogo, per l’onore di un Dio, ma nessuno ancora si è reso conto che poco alla volta ciò che si è andata perdendo è l’identità dell’uomo, la creatura più cara a Dio. Ad ogni Dio.

In questa guerra di potere coperto di ideali, in questo caos misto di istinto, passione e vendette la sola sconfitta è stata fin’ora la persona in quanto tale, che si è vista sovrastare dalla smania di possesso, fino ad esserne schiacciata ed annullata.
Ed allora la morte viene sminuita, ridotta ad una marcia meccanica di corpi cadenti. Essa diviene sfondo consueto del normale vivere.
Una volta i morti si contavano, ora quasi nemmeno più si notano. Qualcuno si perde per strada, qualcuno trova spazio solo nella memoria dei pochi che lo piangono, altri ancora si fanno tutt’uno con la terra senza un lamento, in silenzio, quasi per non disturbare.

E così contiamo, numeriamo, impiliamo, snoccioliamo numeri sulle nostre mani distratte, senza renderci conto che questi numeri rappresentano uomini. Rappresentano noi.

Se mesi fa l’Afghanistan era presente nei nostri notiziari se non altro affiancato alle cifre delle sue vittime per una qualche autobomba, oggi sente parlare di Afghanistan soltanto per spot politici dati con sempre meno clamore, quasi sussurrati per paura che qualcuno associ alle parole addirittura qualche conseguenza. Il nome di questa “terra dei Pashtun” è diventato fugace e fumoso ornamento di quello che ci viene presentato come una sorta di pettegolezzo: “Il ministro della difesa La Russa autorizza l’invio di 4 Tornado in Afghanistan”, “Obama promette più truppe in Afghanistan”.
Stop.
Difficilmente la nostra mente riesce ad andare al di là di questo semplice input.
Dal 2001, quando ogni afghano divenne improvvisamente terrorista, la storia di guerra di questo paese è sempre parte via via più irrisoria dell’informazione che compone le nostre giornate.
Ed ecco allora che i caccia, così come le bombe che sganciano, le mine, i kalashnikov, gli attentati, sono niente di più che parole nel vento, vento nel nulla.

Noi vogliamo parlare di Afghanistan in queste righe non solo per far riaffiorare un ricordo di cui pochi ormai parlano, ma per esprimere un concetto che quella terra, così come ogni luogo di conflitto, sembra gridare: La più grossa degenerazione della guerra è, prima ancora di sminuirlo, assegnare un valore alla vita di un uomo.

La guerra ha il potere di mettere un cartello addosso alla vita su cui è scritto il prezzo per poterci scommettere sopra.
E più il grido degli uomini viene messo a tacere più quel prezzo viene scontato. La vita diviene un gioco, un percorso ad ostacoli dove vincere o perdere sembra non fare differenza..né per chi scommette, né per chi della scommessa fa parte. Se una società in tempo di pace può permettersi di dibattere al tavolo dell’etica su quanto debba essere dignitosa l’esistenza umana, la guerra trasforma quel tavolo in un campo da gioco dove l’esistenza di un uomo è il mancato sorriso di un altro uomo che non ha visto una donna saltare su una mina.

Ma cos’è oggi l’Afghanistan?
Se di cifre vogliamo parlare allora cerchiamo almeno di catalogarle per domande, interrogativi che almeno una volta vorremmo sentir fare a chi invia caccia bombardieri pretendendo di raccontarci che servono solo ad osservare.

Chi combatte oggi in Afghanistan?
Sono le truppe americane e governative (del governo di Hamid Karzai) contro la resistenza dei taliban e dei miliziani dell’Hezb-i Islami nelle province sud-orientali al confine col Pakistan; milizie uzbeke del Jumbesh-i Milli contro milizie tagike del Jamiat-i Islami (di Mohammad Ustad Atta) combattono invece nelle province settentrionali del Paese.
Chi è morto fino ad oggi in Afghanistan?
L’intervento armato Usa alla fine del 2001 ha provocato la morte di 14 mila afgani, di cui almeno 10 mila combattenti talebani e quasi 4 mila civili. A queste vanno aggiunti migliaia di civili afgani morti nei mesi successivi alla fine del conflitto per le malattie e la fame provocate dalla guerra.
Dal 2002 a oggi la guerra ha causato altri 11mila morti, di cui 6mila solo nel 2006. Dall’inizio del 2007 i morti sono almeno 2.970 (562 civili, 1.887 talebani o presunti tali, 422 militari afgani, 94 soldati della Nato).
Quante sono le mine in Afghanistan?

Non c’è provincia afgana che non sia afflitta dal problema dei campi minati. Secondo i dati della Ong britannica Halo Trust, dal 1979 ad oggi sono state disseminate, ufficialmente, almeno 640 mila mine, tra antiuomo e anticarro. A queste vanno aggiunti milioni di ordigni inesplosi. E’’ stato calcolato che per bonificare completamente il territorio afgano, ai ritmi attuali ci vorrebbero più di quattromila anni. Chi arma oggi il conflitto in Afghanistan? L’esercito afgano è armato dall’Occidente (Usa e Gran Bretagna in testa), i mujaheddin Russia, India, Iran, Tajikistan e Uzbekistan. I taliban si finanziano col commercio illegale di oppio e grazie all’appoggio indiretto del Pakistan e dell’Arabia Saudita.
Perché si combatte in Afghanistan?
L’Afghanistan è il maggior produttore di oppio al mondo (l’eroina afgana rifornisce i tre quarti del mercato occidentale) ed è ricco di smeraldi e risorse minerarie. Ma il valore strategico del Paese è legato ai gasdotti e ai corridoi commerciali (stradali e ferroviari) che lo attraversano, collegando gli Stati ex-sovietici dell’Asia centrale con il Pakistan e l’India. Inoltre la recente scoperta di immensi giacimenti di uranio potrebbe diventare una fonte potenziale di nuovi conflitti.

Ma a noi le cifre non piacciono, è troppo facile confondere un volto con uno zero.
Noi di QQ che scriviamo queste righe vogliamo parlarvi di storie, riportarvi delle testimonianze. Ecco allora uno stralcio di una lettera che ci ha molto colpito e che ci scrive Matteo, un infermiere del 118 di Rimini che ha vissuto una missione di 6 mesi nel Panshir, nel nord del paese.

"Facciamo sul campo molta medicina di base, abbiamo programmi di vaccinazioni in valli anche molto lontane ed è veramente dura fare capire agli afghani l'importanza di essere vaccinati contro malattie come il tetano, l'epatite, o la polio. Inoltre stiamo portando avanti un programma (insieme alle nostre ostetriche) per la salute della donna; cerchiamo di essere presenti nelle varie cliniche almeno una volta al mese, e le ostetriche visitano le donne incinte e con problemi ginecologici. Considerate che qui c'e' la più alta mortalità materno-infantile al mondo, dopo la Sierra Leone. Le donne partoriscono a casa e spesso muoiono per cause che con un cesareo si potrebbero evitare. Abbiamo avviato anche una campagna di contraccezione che sta avendo grande successo ed è una delle cose più importanti che facciamo per vari motivi. Il primo è che in questo modo le donne non fanno più 10/12 figli, ma magari 4/5/6, il che le rende meno a rischio, e rende la famiglia in grado di nutrire quei figli (molti muoiono di fame); secondo, la donna assume coscienza di se stessa, non come macchina sforna-bambini ma come donna. Questo, come potete immaginare, è la cosa più difficile da fare, vista la condizione di sottomissione assoluta che la donna vive qui. Ma ho ancora in mente il discorso accorato che ho fatto agli infermieri di Kinch, un remoto distretto dove visitavamo 4/5 donne al mese, e il faccia a faccia che ho avuto con un commander mujaheddin (capo del villaggio) sull'importanza della visita alle donne, sul loro diritto ad essere madri quando loro lo ritengono opportuno, per il bene della comunità intera; credevo si arrabbiasse, invece ci siamo stretti la mano e mi ha promesso che avrebbe fatto tutto il possibile. Il mese dopo, sempre in quella clinica, quando siamo arrivati con le ostetriche....non ci potevo credere...50 burqa azzurri e bianchi aspettavano sedute per terra di essere visitate! Il commander aveva mantenuto la parola, io volevo piangere dalla soddisfazione, ma non ho potuto farlo, che qui non e' una cosa da uomini e non si piange mai.”

C’è un altro punto su cui noi autori abbiamo riflettuto e che vorremmo condividere con voi in questo articolo: Se la guerra fosse semplicemente morte, sarebbe per noi tutto molto facile.
Un’immagine che potremmo evocare è il momento della caduta della bomba atomica su Hiroshima durante la seconda guerra mondiale. L’aereo sgancia, la bomba cade, esplode, la morte si stende su ogni vita, tutto finito. In Afghanistan oggi c’è una piccola potenziale Hiroshima quotidiana nella vita di ogni uomo. La guerra non distrugge la vita, fa una cosa ancora peggiore, le impedisce costantemente di rinascere. Ma in Afghanistan, così come in Iraq o in Palestina piuttosto che in Sri Lanka, non è solo morte, non è solo distruzione, non è solo vittime e carnefici. In Afghanistan c’è vita. La vita di tutti i giorni scorre inesorabile come qui, da noi. O perlomeno cerca di scorrere, cerca di farsi strada, carponi, nella polvere che sollevano le bombe. Il barbiere è sempre lì, nel suo negozio, che chiacchiera con i clienti mentre sistema loro la barba; lo sposo, anche lui è lì, trepidante, davanti alla moschea, in attesa della sua bellissima sposa. Bazar pieni di gente vivono dei colori di pregiate stoffe mentre i bambini giocano tra le macerie di quello che una volta era il loro cortile, e ridono. Fino alla prossima bomba.
La guerra non pone fine alla vita, ma ne è perpetua interruzione quando questa prova a rinascere.
Cucù….

Citazione:

Da tempo non sente la pioggia, Yussuf,
da tanto non ode il rombo dello scrosciare dell'acqua sulle rocce, sulla terra arida.
Da troppe stagioni il tocco deciso delle gocce sull'Afghanistan è coperto dalle esplosioni.
Piovono bombe.

Bimbi appena nati conoscono una pioggia non vera, una pioggia di metallo.

"Non guardate. Non è questo il temporale" pensa Yussuf. "
Le gocce vere puoi sentirle sulla lingua" gli ripeteva la nonna all'orecchio,

quando arrampicato sul suo fianco stanco, si faceva raccontare la sua terra.

("Piovono bombe")


Fonti
:
I dati numerici sulla situazione in Afghanistan sono presi dalla scheda sul paese, in continuo aggiornamento, consultabile su Peacereporer.net

martedì 30 settembre 2008

Persone o individui?

Proponiamo un articolo di Eugenio Scalfari che ci ha colpito in modo particolare per l'attenta analisi che opera sulla società odierna; leggetelo con attenzione, speriamo che cambi il vostro modo di vedere le cose e di fare le scelte.

[...] Tuttavia la luna di miele tra il Cavaliere e una robusta maggioranza di italiani continua. Anzi si rafforza. Nonostante le ristrettezze economiche, nonostante alcuni buchi non da poco nella politica finanziaria del governo, nonostante un bel po' di misure oggettivamente sbagliate, nonostante il disagio crescente di vaste categorie sociali e professionali, la luna di miele perdura. Si consolida.

Diventa strutturale o almeno così sembra. Come mai? Alcuni osservatori si sono posti il problema e hanno dato le loro risposte. In particolare su questo giornale che per sua natura e per la qualità dei suoi lettori è il più sensibile a queste questioni e forse il meglio attrezzato per affrontarle.

Il ministro della Cultura, Sandro Bondi, in una lettera pubblicata ieri su Repubblica ci rimprovera perché secondo lui noi non abbiamo capito il fenomeno Berlusconi. Lo attribuiamo - erroneamente - alle sue capacità di demagogo, al suo dominio televisivo e/o alla dabbenaggine di tanti italiani che ripongono in lui la loro fiducia.

"Non avete capito niente" incalza Bondi. "Berlusconi avrà pure i difetti che voi gli avete cucito addosso, gli italiani saranno pure un popolo di allocchi al seguito di un pifferaio, ma la sua vera natura è di essere un modernizzatore e un semplificatore. Conserva le tradizioni ma le modernizza. Decide. Fa girare le ruote della storia. Insomma è uno statista. Se la sinistra non si rende conto di questo e non depone i suoi pregiudizi elitari, scomparirà". Così a un dipresso il nostro ministro della Cultura, che è assolutamente convinto di quanto ci scrive.

Non si stupisca Bondi se, dal canto mio, dico che c'è del vero nella sua visione berlusconista: un modernizzatore che conserva le tradizioni, trasforma l'antropologia sociale e riforma lo Stato. Non un fenomeno effimero ma durevole.

Ce n'è stato più d'uno nella storia dell'Italia moderna. Alcuni di grande livello, altri di mediocre spessore, altri ancora pessimi. Cavour, Giolitti, De Gasperi appartengono alla prima categoria; Bettino Craxi alla seconda. Alla terza - quella dei pessimi - Benito Mussolini. Dove collochiamo l'attuale "premier"?
Bisognerebbe lasciare il giudizio agli storici che rivisiteranno il passato a qualche decennio di distanza, ma anche noi contemporanei abbiamo il diritto di esprimerci. Secondo me Berlusconi va collocato a buon titolo tra i pessimi. La sua modernizzazione procede a ritroso, non è una riforma ma una controriforma. Il suo rispetto delle tradizioni riguarda la loro ritualità e non la loro viva sostanza. Basti guardare al suo rapporto con la Chiesa, che è addirittura blasfemo: non riguarda il cristianesimo ma gli interessi della gerarchia. La stessa cosa avviene quando affronta temi di fondo: la sicurezza, l'immigrazione, la giustizia, la scuola, l'economia, il federalismo, la Costituzione.

Nei primi anni del Novecento Sidney Sonnino lanciò lo slogan "torniamo allo Statuto" (quello promulgato mezzo secolo prima dal re di Sardegna Carlo Alberto). Credo che anche a Berlusconi piacerebbe tornare allo Statuto albertino mettendo se stesso al posto del re. Tutto il resto va di conseguenza.

Gli italiani sono un popolo di allocchi? Non più e non meno di tutti i popoli del mondo. Guardate alla campagna elettorale in corso negli Stati Uniti. Guardate a quella francese di un anno fa: può decidere una battuta, una foggia, un gossip, una promessa lanciata al momento giusto.

Il dominio dei "media" non conta? Non si capisce, se non contasse, perché chi quel dominio ce l'ha non se ne sbarazza nemmeno per tutto l'oro del mondo.

Gli individui di qualunque latitudine pensano innanzitutto alla propria felicità e si arrangiano per realizzarla. Poi, se hanno tempo e spazio, considerano anche la felicità del loro popolo, il bene comune.
"Quando il popolo si desta / Dio si mette alla sua testa / la sua folgore gli dà": così cantavano i poeti del nostro Risorgimento. Ma bisogna che il popolo si desti, cioè che gli individui divengano un popolo. Il che avviene molto di rado.

* * *
Immanuel Kant scrisse nella sua Critica della ragion pura che il peggior pregiudizio è non avere pregiudizi. Lo ricorda Todorov nel suo saggio sull'illuminismo. Sembra un paradosso ma coglie invece un aspetto importante della realtà perché il pre-giudizio è un'ipotesi di lavoro che serve ad orientare la ricerca di una soluzione. Chi non ha un'ipotesi di lavoro procede alla cieca, agisce e decide sulla base dell'emotività propria e di quella della folla. Dei sondaggi. Delle reazioni degli alleati e degli avversari.

Il modernizzatore-tradizionalista-controriformista non ha alcun pre-giudizio. La sua bussola sono i sondaggi e il favore della folla. La folla è la somma degli individui, non è un popolo. La folla è cera molle nelle mani di chi sappia manipolarla. Si tratta di un'arte, non di una scienza e in quell'arte il Nostro è maestro. Perciò è il massimo fautore d'una società "liquida", dove i nuclei associativi, i contropoteri, la pluralità organizzata siano ridotti al minimo.

* * *
La società liquida è un tipico aspetto della modernità a patto che i contropoteri e le istituzioni di garanzia siano in grado di tutelare l'eguaglianza di tutti i cittadini, la libertà di accesso, l'esercizio dei diritti. Se questi presupposti mancano o sono deboli la società liquida non è un aspetto della modernità ma un ritorno all'antico, dal popolo alla plebe. Inoltre favorisce il rafforzamento di corporazioni e di mafie.

La globalizzazione porta con sé società liquide, professionalità ondivaghe e precarie, diritti incerti, mercati senza regole, contropoteri evanescenti. Le crisi assumono ampiezze e intensità mai viste prima, come avviene per gli uragani che sconvolgono i mari e le terre di pianura senza montagne che frenino il furore del vento.

Di fronte a crisi globali lo Stato si ripropone come l'assicuratore di ultima istanza. Riassume i pieni poteri. Non tollera controlli. Semplifica. Spazza via gli ostacoli. Confisca i diritti che possono frenarlo. In una società globale e liquida il potere si identifica con i governi nazionali. Il nazionalismo torna ad essere preminente nelle scale valoriali. I fondi sovrani diventano strumento di potenza e volontà di potenza.
Guardatevi intorno e vedrete che questa è la realtà che ci circonda. E per tornare ai casi nostri, di noi italiani, importa poco stabilire se il "format" berlusconiano sia una causa o un effetto, se sia duraturo o precario. Quel "format" c'è ed è all'opera da quindici anni. Non accenna a indebolirsi.

Dobbiamo unirci a chi lo applaude? Dobbiamo scegliere l'indifferenza e l'estraneità? Dobbiamo capirne la natura e resistergli? Il mio pre-giudizio è di resistergli avendone capito la natura. Sono molto affezionato ad un pre-giudizio che non mi impedisce di comprendere il diverso da me né di sognare e operare per una società dove i diritti e i doveri siano eguali per tutti e non ci sia solo tolleranza ma amore. In un mondo democraticamente ideale la tolleranza è offensiva rispetto all'amore e la tolleranza zero è una turpe bestemmia. Lo dicono anche i preti e questa volta sono d'accordo con loro.

(Eugenio Scalfari)

martedì 23 settembre 2008

Alitalia, né ali né Italia

Giovedì 18/09/2008 alle ore 15.50 è stata detta la parola fine alla vicenda che ha tenuto banco negli ultimi mesi: la crisi Alitalia.
Lo si è stato fatto nel modo che tutti ultimamente ci aspettavamo, ma a cui nessuno pareva voler credere fino all’ultimo: “Vuoi che facciano fallire Alitalia?!!” oppure “Ma tanto all’ultimo si inventano qualcosa e la salvano…in fondo è pur sempre la nostra compagnia di bandiera!!” sono le frasi tipiche che si sentivano nei bar e nei salotti di tutta Italia.
Quasi come a non voler recepire un messaggio di stordimento economico, di recessione (annunciato oggi dalla Presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia) che coinvolge l’Italia, e una situazione di interessi privati, e non pubblici come si vuol far credere, che ormai stanno rovinando il Belpaese.
Riassumendo gli ultimi eventi si può dare una facile dimostrazione al teorema Alitalia. Il licenziamento di migliaia di persone ne sono il più immediato corollario. Sulla stima esatta degli esuberi è d’obbligo una certa prudenza per il momento.

Ma cerchiamo di venire a capo alla situazione: cosa ha portato un’azienda importante come Alitalia al probabile fallimento? Il sentimento popolare da la colpa al governo Berlusconi, con oscillazioni riguardo i sindacati e l’ultima gestione fallimentare (fonte Repubblica). Sicuro che ogni lettore saprà farsene un'idea inizio ad addentrarmi in questa giungla tutta italiana.

Negli anni Sessanta Alitalia è amministrata abbastanza decentemente da consentire un grande sviluppo, che porterà gli aerei battenti la bandiera italiana in tutto il mondo a prezzi tutto sommato economici.
Nel 1968 è il terzo vettore europeo e il settimo nel mondo. Fattura 140 miliardi di lire, ha 10mila dipendenti e vola in 70 Paesi.
All’alba degli anni Settanta comincia a sorgere una certa concorrenza e vengono a mancare anche gli aiuti statali, vera linfa nel bilancio Alitalia fin dall’inizio della sua storia.
Nel 1996 era stata tentata un’azione di privatizzazione da parte di Prodi. Fu però un’azione a metà, come ovvio nella repubblica delle banane, poichè venne privatizzato solo il 36% della compagnia, lasciando il resto ancora allo Stato.
Tempo dopo, l’amministratore delegato Cempella chiese di ricapitalizzare la compagnia, ma avendo come principale proprietario lo Stato non fece altro che chiedere aiuti statali: l’Europa li concesse, a patto che venissero destinati solo ad investimenti futuri e non al risanamento dei debiti. Questo accade quando i bilanci del 2000 dicono che Alitalia incassava 1400 miliardi di lire e ne perdeva 1700. Un netto di 300 miliardi di perdita nel primo semestre.
Seguono gestioni logistiche e finanziarie sbagliate, come ad esempio l'aver puntato su 3 aeroporti principali, Linate, Malpensa e Fiumicino, quando a malapena se ne riesce a far funzionare uno. Chiaramente ciò significa triplicare gli stipendi, ma ormai pare che si possa fare tutto. Di qui in poi si hanno gestioni, come quella di Mengozzi, anche abbastanza efficienti, che riducono le spese, ma non riescono in breve tempo a ristabilire una situazione ottimale per la compagnia.
Nel 2003 Berlusconi nomina Giancarlo Cimoli
al vertice della compagnia, probabilmente attratto dal suo irresistibile curriculum: Ferrovie dello Stato ridotte al fallimento e buonuscita intascata di più di 6 milioni di euro.
Il primo passo di Cimoli è buono, infatti comincia a tagliare le spese. Il secondo lo è un po’ meno, poichè si alza lo stipendio annuale a 3 milioni di euro, sei volte più sostanzioso di quello, ad esempio, del suo collega di Air France.
Nel 2008 Cimoli viene esautorato dal governo Prodi, ricevendo una buonuscita di 10 milioni di euro. Durante il suo “mandato” si sono registrati picchi di assunzioni di nomina politica e premi di produttività che arrivavano a €25.000 per persona. Se poi si considera che Alitalia ha 165 dirigenti, si fa presto a fare i conti. Nel frattempo Air France e KLM si erano fuse, con la chiara intenzione, già dimostrata nel 2004, di acquistare Alitalia non appena questa fosse stata privatizzata e risanata.
E puntualmente arriva la richiesta (anche se Alitalia non è stata né privatizzata né risanata) del presidente Spinetta di acquistare la compagnia. Sulle prime il governo Prodi guarda con interesse ai risvolti della trattativa ma c’è una dura opposizione da parte dei dipendenti della compagnia italiana, molti dei quali si vedrebbero licenziati secondo il piano del colosso transalpino. Un sacrificio necessario, che però nessuno vorrebbe: la situazione genera malcontento, e qui interviene Berlusconi, che fa di quel malcontento uno degli strumenti che lo porteranno a sedere a palazzo Chigi dal 14 Aprile 2008. Proprio nel momento in cui sembrava tutto in mani straniere Berlusconi cala l’asso annunciando una cordata tutta made in Italy. In piena euforia generale gli vengono chiesti i nomi dei partecipanti a questa cordata: ebbene, sono segreti. I tempi stringono, le elezioni sono vicine, ma ancora della cordata non si sa niente. E non se ne saprà niente fino al 26 agosto (sic!), data in cui viene annunciata la nascita della Cai. Che sia italiana non abbiamo dubbi: raccoglie infatti tutto il meglio che abbiamo da offrire in una volta sola: Roberto Colaninno, gruppo Benetton, gruppo Marcegaglia, gruppo Fininvest, Marco Tronchetti Provera, Intesa Sanpaolo, ed altri ancora. Non vi sentite in una botte di ferro? Il conflitto d’interessi impera, ma tant’è.
Questa cordata della domenica fa comunque una proposta che viene discussa a partire dal primo settembre. Pare trovare tutti d’accordo, ma la CGIL all’ultimo non ci sta, e forma un asse coi sindacati dei piloti e degli assistenti di volo, opponendosi. Il contratto non viene firmato e non viene lasciato spazio neanche a discussioni: la cordata si ritira, lasciando come unica soluzione il fallimento e il conseguente licenziamento del personale, stimato a 20.000 persone. Per Berlusconi è colpa della CGIL dietro spinta del PD, che voleva far crollare l’immagine del governo. Dal canto suo il PD, tramite Bersani, fa sapere che non è assolutamente in sintonia con la posizione presa dalla CGIL. Tanto per cambiare insomma, tanto per riempire anche domani le pagine dei giornali. A proposito, lasciate un po’ di spazio in un angolino, che intanto Fantozzi ha deciso di mettere un inserto: AAA Vendesi Alitalia, voli disponibili fino a esaurimento benzina.

Fonti:
www.alitalia.com www.repubblica.it www.ansa.it www.wikipedia.it

giovedì 11 settembre 2008

Emergency a Riccione dal 12 al 14 Settembre

Domani, presso la nuovissima struttura del PalaRiccione (viale Virgilio, subito dietro il Palazzo del Turismo) prende il via il
incontro nazionale di Emergency.
Dopo 3 anni ad Orvieto, quest'anno l'incontro nazionale dell'associazione fondata nel 1994 da Gino Strada sarà ospitato
dalla città di Riccione portando nella città romagnola oltre 1000 volontari da tutta Italia.

Molti eventi saranno aperti al pubblico, a cominciare dalla serata
di venerdì 12, con l'incontro alle ore 21.30 dal titolo "GUERRA e DIRITTI UMANI -Nel sessantesimo anniversario della Dichiarazione Universale - a cui parteciperanno lo stesso Gino Strada ed Howard Zinn, storico statunitense e professore emerito dell'Università di Boston, icona della sinistra americana, amico di Noam Chomsky, teorico della controinformazione e attivo nei movimenti per i diritti civili.

La giornata di sabato invece sarà completamente dedicata al tema della sanità come diritto inviolabile dell'uomo.
Si partirà dall'esperienza dell'ospedale di cardiochirurgia di Khartoum, in Sudan: una scommessa giocata e vinta da Emergency, che ha fortemente voluto la creazione di questo primo ed unico centro di cardiochirurgia in tutto il continente africano e che da febbraio 2007 ad oggi ha visto compiere 588 interventi a cuore aperto.
Un ospedale che è diventato piano piano simbolo di un'idea nuova in Africa, e cioè che perfino nel continente che rappresenta da sempre il simbolo della miseria è possibile parlare di sanità di eccellenza, gratuita e per tutti.
Ne discuteranno sabato mattina alle ore 9.00 ministri ed autorità politiche di paesi come Sudan, Repubblica Centroafricana e Sierra Leone, coordinati dal giornalista e medico di fama nazionale Roberto Satolli.
Al pomeriggio invece, chiunque vorrà potrò ascoltare i racconti e le testimonianze che arrivano dai paesi in cui Emergency ha dei progetti avviati, dall'Afghanistan alla Cambogia, dal Nicaragua all'Iraq.

Sabato sera, alle ore 21, spettacolo gratuito in Piazzale Roma dal titolo "Parla con Emergency", condotto da Serena Dandini e Dario Vergassola ed a cui parteciperanno numerosi artisti amici di Emergency.

Domenica mattina infine, presso il Palazzo del Turismo di Riccione ci sarà alle 9.15 lo spettacolo teatrale StupidoRisiko, di Mario Spallino.
Il racconto, partendo dalla Prima Guerra Mondiale, arriva alle guerre dei giorni nostri, attraverso episodi - tutti storicamente documentati - emblematici della stupidità della guerra.Alla Storia si uniscono le storie di un marine, che parla toscano, tratte da "Ammazzare il tempo in Iraq" di Colby Buzzell - soldato americano autore del blog sulla guerra in Iraq più famoso negli Stati Uniti.
Una critica ragionata e ironica della guerra e delle sue conseguenze.

QQ vi invita ad andare tutti a Riccione per conoscere ed essere partecipi dell'attività di Emergency, che in 14 anni di attività ha curato in tutto il mondo quasi 3 milioni di vittime di guerra.

Scarica il programma del 7° incontro nazionale di Emergency

Citazioni:
"Una delle più orribili caratteristiche della guerra è che la propaganda bellica, tutte le vociferazioni, le menzogne,
l'odio provengono inevitabilmente da coloro che non combattono." (George Orwell)

"Non c'è strada che porti alla pace che non sia la pace, l'intelligenza e la verità." (Gandhi)

martedì 26 agosto 2008

Una emergenza di 15 anni


“La Campania è una delle regioni in cui si producono meno rifiuti: 435 kg per abitante nel 2005 rispetto alla media nazionale di 539 kg.”
Questo è quanto è emerso da un rapporto dell’Osservatorio Nazionale sui Rifiuti. Leggendo questo dato viene spontaneo chiedersi come si sia arrivati a questa catastrofica situazione. Le ragioni sono tante: errori tecnico-amministrativi soprattutto di interesse politico, gestioni affidate a esponenti della malavita organizzata, e appalti per lo smaltimento vinti da società che non avevano e non hanno tuttora i mezzi per combattere la crisi.

Ma partiamo dall’inizio: il problema ha avuto origine nel 1994 quando alcuni impianti per il riciclaggio dei rifiuti sono stati dichiarati non a norma, e quindi non sono mai diventati operativi. Da allora la raccolta dei rifiuti si è diradata ed i cittadini hanno iniziato a cercare vie alternative per lo smaltimento. Per ripulire le strade ormai contornate da cumuli di rifiuti hanno iniziato a dare fuoco la spazzatura spesso incentivati dalla criminalità organizzata che traeva un duplice vantaggio: da un lato smaltiva i resti dei traffici illegali e dall’altro si guadagnava il consenso della popolazione che ormai la vedeva come unica speranza di venire a capo al problema. Di li a poco la camorra si è infiltrata nella gestione dei rifiuti, presentandosi alle varie gare d’appalto indette dalla regione per lo smaltimento: garantivano bassi costi senza tener conto della pericolosità dei loro metodi, infatti è in questo periodo che il tasso di mortalità in Campania inizia a crescere insieme al numero di tumori provocati dalla presenza di diossina nell’aria. Dal rapporto Ecomafia 2008 di Legambiente emerge che con questo metodo le mafie si sono accaparrate 18 miliardi e 400 milioni di euro, che equivalgono ad un quinto delle loro entrate totali. Questi reati hanno portato la Campania insieme alla Calabria in cima alla classifica delle regioni con più reati ambientali (circa il 30% sul totale italiano, nda).

Lo stato di allarme è stato dichiarato l’11 febbraio 1994 mentre per avere la prima vera svolta bisogna aspettare fino al 1998, anno in cui il presidente della regione Campania (Antonio Rastrelli, nda) indice la gara d’appalto. Alla sua conclusione, avvenuta nel 2000 (sotto la presidenza di Antonio Bassolino, nda) l’impresa scelta come più idonea risulta l’Impregilo, che ha presentato tempi e costi inferiori rispetto alle rivali ma un progetto di qualità scadente.

L’Impregilo è una multinazionale leader nel settore di costruzioni e dell’ingegneria italiana. Opera su scala mondiale pur essendo stata più volte denunciata per gravi reati quali corruzione e concussione ed addirittura per sfruttamento del lavoro e per reati ambientali. L’opera italiana più conosciuta affidata all’Impregilo è la ristrutturazione di alcuni tratti dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria (che sarebbe dovuta terminare entro Febbraio 2008, nda), oltre al progetto del ponte sullo stretto di Messina, accantonato nel cambio di governo del 2006 ed ora riproposto dall'attuale governo Berlusconi. Il 31 luglio 2007 l’odissea campana è giunta alla conclusione più ovvia: l’iscrizione nel registro degli indagati di Antonio Bassolino, dei vertici Impregilo (Piergiorgio e Paolo Romiti, nda), nonché della società stessa.


A fine 2007 è uscito un documentario Esmeralda Calabria, Andrea D'Ambrosio e Peppe Ruggiero dal titolo "Biutiful Cauntri" distribuito in alcune (poche) sale del paese ed ora disponibile in dvd che fotografa una situazione agghiacciante in tutto il territorio campano

Consigliamo a tutti quelli che ne hanno possibilità di guardare questo documentario per provare alemeno a porsi una domanda fondamentale: "Perchè?"

Dalla scheda del film:

"Allevatori che vedono morire le proprie pecore per la diossina. Un educatore ambientale che lotta contro i crimini ambientali. Contadini che coltivano le terre inquinate per la vicinanza di discariche.
Storie di denuncia e testimonianza del massacro di un territorio.
Siamo in Italia, nella regione Campania dove sono presenti 1200 discariche abusive di rifiuti tossici. Sullo sfondo una camorra imprenditrice che usa camion e pale meccaniche al posto delle pistole.
Una camorra dai colletti bianchi, imprenditoria deviata ed istituzioni colluse, raccontata da un magistrato che svela i meccanismi di un’attività violenta che sta provocando più morti, lente nel tempo, di qualsiasi altro fenomeno criminale.
Ci siamo chiesti come sia possibile che nel 2007, in Italia, si possa vivere così…"

Fonti:

www.wikipedia.org | www.repubblica.it | www.legambiente.eu www.osservatorionazionalerifiuti.it | http://ecoalfabeta.blogosfere.it |www.biutifulcauntri.it

Siti consigliati:

Le previsioni del cancro

I crimini del capitalismo italiano nel mondo: L'Impregilo

Video consigliati:

Napoli: Emergenza rifiuti finita?

Trailer Biutiful Cauntri

sabato 16 agosto 2008

Risultati sondaggio "Il silenzio olimpico"

Domanda:
Dopo l’invito del ministro Meloni agli atleti azzurri a disertare la cerimonia di apertura delle Olimpiadi il Presidente del Coni Petrucci ha affermato: "La politica non sostituisca lo sport", sei d’accordo con questa affermazione?

50% - La Cina non ha mantenuto gli impegni ma boicottare la cerimonia d'apertura non servirebbe
34% - No, la cerimonia andrebbe boicottata
16% - Si, la politica deve restare fuori dai Giochi Olimpici
(voti totali: 18)

lunedì 11 agosto 2008

Il vicolo cieco del nucleare

Di recente, è tornato alla ribalta il tema dell’energia nucleare, dopo che l’attuale governo ha dichiarato la sua intenzione di seguire questa strada per risolvere il problema dell’approvvigionamento energetico del nostro paese. Molti sono però i pareri contrari: riportiamo di seguito qualche estratto da interviste e articoli che spiegano con chiarezza le perplessità legate a questa soluzione.

Jeremy Rifkin, economista ed autore di fama mondiale
Non credo che l’energia nucleare sarà significativa in futuro e credo che sia alla fine del suo corso: qualsiasi governo sbaglierebbe a investire nell’atomo, benché questo metodo di produzione non crei emissioni di CO2. Vi spiego le ragioni.
Ci sono 439 impianti nucleari al mondo, oggi, che producono solo il 5% dell’energia che consumiamo. Questi impianti sono molto vecchi. C’è qualcuno in Italia o nel mondo che crede che si possano rimpiazzare questi 439 impianti nei prossimi vent’anni. Anche se lo facessimo, continueremmo a produrre solo il 5% dell’energia consumata, senza alcun beneficio per i cambiamenti climatici. Per averne, gli impianti dovrebbero coprire almeno il 20% della produzione totale. Ma per raggiungere questo tasso dovremmo costruire 3 centrali atomiche ogni 30 giorni per i prossimi 60 anni. Capito? Duemila centrali atomiche. Tre nuove centrali ogni mese per sessant’anni. Usiamo l'energia atomica da 60 anni e ancora non sappiamo cosa fare con le scorie. L'industria ci aveva detto: "Costruite gli impianti e dateci tempo sufficiente per capire come trasportare e stoccare le scorie". Sessant'anni dopo questa industria ci dice "Fidatevi ancora di noi, possiamo farcela", ma ancora non sanno come fare.
Inoltre, l'agenzia internazionale per l'energia atomica dice che potremmo avere carenza di uranio tra il 2025 e il 2035, facendo così morire i 439 impianti nucleari che producono il 5% dell'energia del mondo. Potremmo prendere l'uranio che abbiamo e convertirlo in plutonio. Ma avremmo il pericolo del terrorismo nucleare. Vogliamo davvero avere plutonio in tutto il mondo in un'epoca di potenziali attacchi terroristici? Credo sia folle.
E infine, una cosa importantissima: non abbiamo acqua! Questo le aziende energetiche lo sanno ma la gente no. Prendete la Francia, la quintessenza dell'energia atomica [sempre citata come esempio da seguire dai politici favorevoli al nucleare, nda]. Questo e' quello che la gente non sa: il 40% di tutta l'acqua consumata in Francia lo scorso anno, e' servita a raffreddare i reattori nucleari. Vi ricordate tre anni fa, quando molti anziani in Francia morirono durante l'estate perchè l'aria condizionata era scarsa? Quello che non sapete e' che non ci fu abbastanza acqua per raffreddare i reattori nucleari, che dovettero diminuire la loro produzione di elettricità. Dove pensano di trovare, l'Italia e gli altri Paesi, l'acqua per raffreddare gli impianti se non l'ha trovata la Francia?

Carlo Rubbia, premio Nobel per la fisica, riguardo in particolare il problema dello smaltimento dei rifiuti radioattivi
Quando è stato costruito l’ultimo reattore negli Stati Uniti d'America? Nel 1979, trent’anni fa! Quanto conta il nucleare nella produzione energetica francese? Circa il 20 per cento. Ma i costi altissimi dei loro 59 reattori sono stati sostenuti di fatto dallo stato per mantenere l’arsenale atomico. Ricordiamoci che per costruire una centrale nucleare occorrono 8-10 anni di lavoro, che la tecnologia proposta si basa su un combustibile, l’uranio appunto, di durata limitata. Poi resta, in tutto il mondo, il grave problema dell'eliminazione dei rifiuti radioattivi. Con vari metodi sono inceneriti, triturati, macinati, pressati, vetrificati e inglobati in fusti impermeabili a loro volta disposti in recipienti di acciaio inossidabile, veri e propri sarcofaghi in miniatura.
Queste "vergogne" dell'energia nucleare vengono nascoste nelle profondità sotterranee e marine. Non abbiamo la minima idea di quello che potrebbe succedere dei fusti con tonnellate di sostanze radioattive che abbiamo già seppellito e di quelli che aspettano di esserlo. Ci liberiamo di un problema passandolo in eredità alle generazioni future, perché queste scorie saranno attive per millenni.
La sicurezza assoluta non esiste neppure in quest'ultimo stadio del ciclo nucleare. I cimiteri radioattivi possono essere violati da terremoti, bombardamenti, atti di sabotaggio. Malgrado tutte le precauzioni tecnologiche, lo spessore e la resistenza dei materiali in cui questi rifiuti della fissione sono sigillati, la radioattività può, in condizioni estreme, sprigionarsi in qualche misura, soprattutto dai fusti calati nei fondali marini. Si sono trovate tracce di cesio e di plutonio e altri radioisotopi nella fauna e nella flora dei mari più usati come cimiteri nucleari. Neppure il deposito sotterraneo, a centinaia di metri di profondità può essere ritenuto secondo me, completamente sicuro. Sotto la pressione delle rocce, a migliaia di anni da oggi, dimenticate dalle generazioni a venire, le scorie potrebbero spezzarsi o essere assorbite da un cambiamento geologico che trasformi una zona da secca in umida, entrare quindi nelle acque e andare lontano a contaminare l'uomo attraverso la catena alimentare. A mio parere queste scorie rappresentano delle bombe ritardate. Le nascondiamo pensando che non ci saremo per risponderne personalmente.


In pochi punti molto chiari e concisi, il parere di Greenpeace
Puntare sul nucleare è una follia perché:
- dopo sessant'anni di ricerca la gestione delle scorie nel lungo periodo rimane un problema irrisolto;
- le riserve di uranio nel mondo si esauriranno prima di gas e petrolio, tra circa cinquant'anni;
- è tra le fonti più costose;
- non ci renderà energeticamente indipendenti dall'estero: l'Italia dipenderà da quei Paesi che hanno l'uranio e detengono i brevetti delle centrali di terza generazione;
- le centrali nucleari sono un obiettivo sensibile per attentati terroristici.

Promemoria sul nucleare
- 439 sono i reattori nucleari funzionanti nel mondo (104 USA, 59 Francia, 55 Giappone, 31 Russia), questa produzione copre il 6,4% di tutta la energia prodotta nel mondo, e il 15% dell'energia elettrica mondiale
- il fotovoltaico copre il 6,4 della produzione globale di elettricità (fonte European Photovoltaic Industry Association), cresce del 40% annuo
- nel 2006 l'eolico copriva l'1% della produzione globale, cresce del 25% annuo
- dal 1978 negli Usa e dal 1991 in Francia non sono state più costruite nuove centrali nucleari
- secondo AIEA (agenzia internazionale energia atomica) le riserve di uranio sono di 4,7 milioni di tonnellate e si trovano in Australia (28%), Kazakistan (18%) e Canada (12%)
- l'uranio andrà in esaurimento a consumo attuale, nel 2055, con nuove centrali molto prima. Il costo dal 2005 al 2008 si è quadruplicato (da 20 a 85 dollari)
- problema irrisolto: lo stoccaggio delle scorie. Solo gli USA hanno realizzato una soluzione, ma soltanto per lo stoccaggio delle scorie di 2° grado, mentre resta incerto il destino delle scorie di 3° grado (ad alta radioattività), che restano accantonate all'interno delle centrali
- nessuna persona onesta è in grado di definire il costo del kilowattora nucleare, perché al prezzo di costruzione della centrale, quelle di ultima generazione costano 4/5miliardi di dollari (fonte Rubbia), si deve aggiungere, dopo circa 40 anni di esercizio, il costo dello smantellamento e lo stoccaggio delle scorie, processo che costa più della costruzione della centrale nuova, a cui si deve aggiungere il costo della sorveglianza dei siti di stoccaggio per centinaia di anni
- per costruire la centrale Usa di Maine Yankee negli anni 60 sono stati spesi 231 milioni di dollari, recentemente ha finito il suo ciclo produttivo e per smantellarla sono stati stanziati 635milioni di dollari.

Video consigliati:
Intervista a Jeremy Rifkin

Fonti:
www.beppegrillo.it | www.zonanucleare.com | www.straker-61.blogspot.com | www.greenpeace.org