lunedì 27 ottobre 2008

La riforma della scuola: questa sconosciuta

Credete di sapere tutto sulla prossima riforma della scuola? Oppure ammettete candidamente di non capire un accidente fra tutti gli scioperi, le manifestazioni, le contromanifestazioni, le minacce, e chi più ne ha più ne metta?
Io sono per la seconda, così ho deciso di fare un po’ di chiarezza.
Un primo dato interessante è questo: secondo i Cobas, dal 2001 al 2007 i fondi stanziati nella scuola dal Governo sono calati del 31%. I tagli all’istruzione e alla sanità, a detta di qualunque sociologo, politico, storico o chi si voglia, sono l’ultima cosa da fare, anche in stato di crisi (noi, per dirla alla Grillo, siamo in leggera controtendenza). Vediamone i motivi: ogni finanziaria, dal 2001 al 2007 (gli anni presi in esame), è rivolta a migliorare una situazione di inflazione che vede il debito pubblico oscillare attorno al 105% del PIL. Chiaramente per recuperare quei soldi bisogna tagliare da qualche parte ma il perché poi quella "qualche parte" sia l’istruzione è un teorema chiaro solo a Berlusconi, Prodi & Co; dico Prodi perché non si pensi che sia colpa solo di Berlusconi e dei suoi ministri se oggi studenti, docenti e bidelli scendono in piazza. Certo è che Berlusconi andrà forse ad impartire un sonoro colpo di grazia con la nuova riforma Gelmini, una delle prime di questo governo che altrimenti avanza quasi esclusivamente per decreti legge. La riforma, che deve attenersi alla finanziaria 2008, anch’essa volta a far cassa, prevede tagli per 8 miliardi di euro diluiti nel triennio 2009/2011. Per raggiungere l'obiettivo si licenzieranno 43.000 membri del personale ATA (quindi assistenti, bidelli, ecc…) e da 87.000 a 100.000 docenti (fonte Repubblica.it e Cobas).
I primi, come sempre, saranno i precari, con l'ovvia conseguenza di un innalzamento dell'età media dei docenti.
Inoltre, sempre nelle “Norme per il rilancio dell’efficienza e l’efficacia della scuola” rientra la brillante idea di fare classi di soli stranieri, per favorire l’integrazione. Pare infatti che per questo governo le classi di soli stranieri favoriscono l’integrazione. Forse l'assonanza tra "emarginazione" ed "integrazione" deve aver ingannato la mente confusa e distratta di qualche Onorevole.
Mi addentro ancora in questa strana riforma, che non riguarda solo le scuole medie superiori o l’università. Essa parte dal basso (come le grandi rivoluzioni), e penalizza i futuri giovani studenti sin dalla scuola materna eliminando la cosiddetta primavera, cioè quei giorni estivi a cavallo tra giugno e luglio tanto cari alle neo-mamme, nei quali la scuola materna bada ancora ai loro pargoli. Finita la materna, il bambino si troverà a dover affrontare le elementari con un unico maestro. Un vantaggio ragguardevole: lasciando a casa la modica cifra di due maestri ogni tre si potrà avere un giorno a settimana in più di rientro pomeridiano.
Molti docenti sono contrari al ritorno del maestro unico perchè sostengono che il maestro non può e non deve essere un “tuttologo” che si arrabatta alla meno peggio per fare troppe cose e in poco tempo, ma il membro di un’équipe di lavoro dove il confronto e la collaborazione sono carte vincenti per analizzare e risolvere le problematiche di una classe e per sostenere insieme, di fronte alla famiglia, le scelte educative effettuate.

Forte è anche la riduzione prevista per le ore settimanali delle scuole medi inferiori: si passa a 29 ore settimanali e non più 32, sempre per il rilancio dell’efficienza e dell’efficacia della scuola, come vuole incessantemente sottolineare il Ministro Gelmini. Comunque non preoccupatevi: gli adolescenti quattordicenni che escono dalle scuole medie (senza più l’esame, eliminato dal precedente governo) potranno impegnarsi a fondo nelle scuole medie superiori. E potranno farlo fino ad un massimo di 30 ore settimanali se sceglieranno un liceo. Oppure fino a 32 nel caso di un tecnico o di un professionale. Tra l’altro ci saranno a disposizione in tutta Italia 10.000 Lim, lavagne interattive multimediali: in pratica un portatile con delle casse e un proiettore. Questa iniziativa, consultabile al sito della pubblica istruzione italiana, appare un evidente controsenso con la politica del necessario taglio dei costi tanto sandierato dal Governo. Quanto costeranno infatti 10.000 Lim? E con quali soldi verranno acquistate? I nostri, ovviamente. Tra l’altro l’arguto Ministro per la Pubblica Amministrazione Renato Brunetta ha notato che rispetto alla media europea il rendimento delle nostre scuole, a parità di spesa, e del 40% in meno. Ciò vuol dire che con i soldi che stiamo spendendo dovremmo raggiungere il 40% di obiettivi in più. Invece l’arguto ministro (per fortuna) senza portafoglio sostiene che, si debbano tagliare le spese nell’istruzione di quel 40%. Certo i conti tornano lo stesso, ma onestamente non pare proprio una furbata!
Gli ultimi due aspetti sui quali mi vorrei soffermare sono la “lode all’eccellenza” e la scelta fra scuole pubbliche e private.
Con ordine.
La “lode all’eccellenza” è lo slogan con cui il Ministero dell’Istruzione si impegna a garantire borse di studio maggiori o primo anno di università senza tasse ai migliori 20 studenti sui circa 4000 annui che sono usciti con 100 e lode alla maturità. Questa idea è secondo me contestabile in due punti. Se infatti 4000 studenti sono usciti con 100 e lode, con che criterio si sceglie a quali 20 dare i privilegi meritatissimi da tutti? Secondo, non sarebbe più conveniente abbassare il costo medio della scuola, così che chiunque possa permettersi libri nuovi o accessi alle università anche più specializzate e quindi più costose stimolando quindi un aumento del livello medio dell’istruzione?
Parliamo poi dei soldi che verranno stanziati alle scuole private a scapito di quelle pubbliche: alcuni ministri, intervistati da Repubblica, dichiarano che sono costretti a mandare i loro figli alle scuole pubbliche piuttosto che a quelle private (e spesso cattoliche), che ormai stanno inesorabilmente chiudendo. Che tristezza eh? Anche i figli dei ministri dunque saranno scolari come gli altri. Inammissibile, dato che i loro padri e le loro madri non sono certamente uguali agli altri, non trovate? A parte i non sequitur ministeriali, appare chiaro che penalizzare la scuola pubblica a vantaggio di quella privata è una manovra più da leader aziendale che da Ministro dell’istruzione. E' evidente come in questo modo si incentiva uno strumento per l'istruzione utilizzabile solamente da chi ha i soldi per permettersi di frequentarlo. Inoltre tagliare i fondi alle università vuol dire tagliare il futuro ai giovani: che faranno questi giovani? Dove andranno? Se ad esempio la sanità in Sicilia spende più di quanto spenda tutta l’intera Svezia in sanità, ci sarà pure qualcos’altro da tagliare? La Gelmini sostiene giustamente che ci sono 627 corsi universitari con meno di 15 studenti, e più di 90 con un solo studente; queste sicuramente sono spese folli e ingiustificate, ma la riforma della legge 133 (la legge Gelmini), non colpisce a mio parere nel modo giusto. In Italia rimarrà forse la possibilità di studiare, sempre per i più ricchi, ma non quella di ricercare. Gli italiani hanno sempre aperto strade nei vari campi scientifici, perché ora le si vuole chiudere? Era da tempo che non si vedevano in piazza davanti alle università studenti, professori e bidelli insieme, uniti contro un nemico comune. Non si sottovaluti la cosa.
Un’altra innovazione, come la reintroduzione del grembiule, che personalmente non è né carne né pesce, la lascio al vostro giudizio. Ma in tutta questa riforma c’è un fatto positivo, di cui si discute tanto: il voto in condotta.
Secondo la riforma infatti tornerebbe a fare media, e l’insufficienza sarà 5, come le altre materie, e non più 7. A chi protesta per questo vorrei fare una domanda: non trovate che il comportarsi civilmente sia un’occasione per alzare la propria media? Non sono richiesti miracoli come per le santificazioni: basta non picchiare i compagni o i professori, non filmarsi mentre si fuma o si fa altro in classe, non essere particolarmente maleducati e un bel 10, o male che vada un 9, è assicurato. E non fa schifo a nessuno. Un’ultima domanda: è logico che tanti studenti vadano a manifestare davanti alle sedi delle istituzioni a Roma e, intervistati da giornalisti, non sappiano neanche dire contro cosa protestano? Purtroppo in questi casi mi vergogno di essere uno studente, e scrivere un articolo come questo francamente è inutile. Per fortuna ci sono anche quei 4000 studenti che escono con 100 e lode.

giovedì 23 ottobre 2008

Ancora razzismo

Assistiamo ormai periodicamente nella nostra povera penisola a impietosi episodi di razzismo. I casi di pestaggi o peggio stragi di extracomunitari stanno aumentando e solo nell’ultimo mese la cronaca ha divulgato numerose vergogne, come ad esempio il caso di Emmanuel. Il ventiduenne ghanese è stato fermato per un controllo antidroga da tre persone che arrivandogli alle spalle gli avevano bloccato le mani e lo avevano accerchiato; il giovane non avendo capito cosa stava succedendo è fuggito ma i tre agenti che non si erano identificati in precedenza lo hanno rincorso, preso e pestato. Poi caricatolo in macchina lo hanno portato in cella e durante il viaggio uno dei tre ha continuato a colpirlo infamandolo con frasi razziste come “negro di merda”. Infine per insabbiare la vicenda al padre ed alla stampa il comandante dei vigili ha dichiarato che il ragazzo era probabilmente caduto mentre fuggiva e che non era assolutamente stato insultato né tantomeno picchiato. Questa storia ha suscitato grande scalpore, al pari di quella del trentaseienne cinese malmenato da sette ragazzi tra i 14 e i 17 anni mentre aspettava l’autobus alla fermata. Il malcapitato è rimasto a lungo in stato di shock con il setto nasale rotto, un grave trauma cranico, una profonda ferita sulla nuca e svariati tagli sul viso. Gli aggressori sono stati severamente puniti dai genitori ma non sembravano pentiti né dispiaciuti per il loro crimine. Questa indifferenza dei giovani è la causa principale di azioni come queste, se non addirittura peggiori, e purtroppo il passo successivo al pestaggio è l’omicidio, come nel caso di Abdul William Guibre, il ragazzo di nazionalità italiana proveniente dal Burkina Faso di 19 anni che è stato ucciso con ripetute sprangate alla testa. I due aggressori (Fausto Cristofoli, 51 anni, ed il figlio Daniele, 31) secondo la ricostruzione degli agenti aiutata dai testimoni oculari John K., ventunenne del Ruanda e Samir R., diciannovenne di Reggio Calabria si sarebbero scagliati sul povero Abdul accusandolo di aver rubato dei biscotti nel loro bar e mentre urlavano epiteti razzisti continuavano a colpirlo per poi scappare lasciando il corpo del diciannovenne a terra quasi privo di vita. Il giovane è poi deceduto qualche ora dopo in ospedale tra le lacrime della famiglia e degli amici increduli e sconvolti dall’accaduto. Questo fatto increscioso purtroppo non è unico nel suo genere, un caso analogo si è verificato a Castelvolturno, analogo solo perche il movente dell’omicidio, o meglio in questo caso della strage è sempre il razzismo. Nel casalese questa volta sono morte ben 6 persone innocenti. Uno degli amici dei sei poveri africani, Kwane , colmo di rabbia ha dichiarato: “Come è possibile che avvenga tutto questo, come è possibile che avvenga qui in Europa? L'Africa fa schifo, okay. Veniamo qui per non vivere in quello schifo. Veniamo qui soltanto perché siamo poveri. Non è una colpa. Non lo dovrebbe essere in Europa. Vogliamo soltanto sopravvivere alla miseria e, quando ci riusciamo, aiutare le nostre famiglie. Dicono oggi che i nostri poveri morti erano spacciatori di droga. È una menzogna. Una grande menzogna. Si spezzavano la schiena nei campi e nei cantieri. Chi lavorava nella sartoria lo faceva dalla mattina alla sera, senza alzare la testa dal banco. È un'offesa che brucia sentire e leggere che erano delinquenti. Lo dicono soltanto per mettere tutto a tacere.[…]” poi scoppiato in lacrime ha continuato: “Non è giusto, siamo brava gente. Anche la nostra vita dovrebbe avere un valore. Quando uccisero quella signora a Roma, subito trovarono il rumeno assassino. Accadrà anche per noi, per i nostri amici innocenti? No, che non accadrà. Perché noi siamo negri e la nostra vita non vale quella di un italiano, nemmeno quella di un italiano assassino. Siamo noi - non i bianchi di qui, non gli italiani che accettano di vivere con quella gente armata - siamo noi a chiedere: dov'è lo Stato in questo Paese? Perché non fa il suo mestiere?
Non voglio darvi spunti…rispondete voi alla sua domanda.

Fonti:
www.ilbastiancontrario.it | www.zic.it | www.repubblica.it

mercoledì 22 ottobre 2008

Firma per Roberto Saviano

Roberto Saviano è minacciato di morte dalla camorra, per aver denunciato le sue azioni criminali in un libro - "Gomorra" - tradotto e letto in tutto il mondo. E' minacciata la sua libertà, la sua autonomia di scrittore, la possibilità di incontrare la sua famiglia, di avere una vita sociale, di prendere parte alla vita pubblica, di muoversi nel suo Paese. Un giovane scrittore, colpevole di aver indagato il crimine organizzato svelando le sue tecniche e la sua struttura, è costretto a una vita clandestina, nascosta, mentre i capi della camorra dal carcere continuano a inviare messaggi di morte, intimandogli di non scrivere sul suo giornale, "Repubblica", e di tacere.
Lo Stato deve fare ogni sforzo per proteggerlo e per sconfiggere la camorra. Ma il caso Saviano non è soltanto un problema di polizia. E' un problema di democrazia. La libertà nella sicurezza di Saviano riguarda noi tutti, come cittadini.
Con questa firma vogliamo farcene carico, impegnando noi stessi mentre chiamiamo lo Stato alla sua responsabilità, perché è intollerabile che tutto questo possa accadere in Europa e nel 2008.

Firma anche tu

mercoledì 15 ottobre 2008

"Io, prigioniero di Gomorra"

"Io, prigioniero di Gomorra lascio l'Italia per riavere una vita"

Andrò via dall'Italia, almeno per un periodo e poi si vedrà...", dice Roberto Saviano. "
Penso di aver diritto a una pausa. Ho pensato, in questo tempo, che cedere alla tentazione di indietreggiare non fosse una gran buona idea, non fosse soprattutto intelligente. Ho creduto che fosse assai stupido - oltre che indecente - rinunciare a se stessi, lasciarsi piegare da uomini di niente, gente che disprezzi per quel che pensa, per come agisce, per come vive, per quel che è nella più intima delle fibre ma, in questo momento, non vedo alcuna ragione per ostinarmi a vivere in questo modo, come prigioniero di me stesso, del mio libro, del mio successo. 'Fanculo il successo. Voglio una vita, ecco. Voglio una casa. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Voglio passeggiare, prendere il sole, camminare sotto la pioggia, incontrare senza paura e senza spaventarla mia madre. Voglio avere intorno i miei amici e poter ridere e non dover parlare di me, sempre di me come se fossi un malato terminale e loro fossero alle prese con una visita noiosa eppure inevitabile. Cazzo, ho soltanto ventotto anni! E voglio ancora scrivere, scrivere, scrivere perché è quella la mia passione e la mia resistenza e io, per scrivere, ho bisogno di affondare le mani nella realtà, strofinarmela addosso, sentirne l'odore e il sudore e non vivere, come sterilizzato in una camera iperbarica, dentro una caserma dei carabinieri - oggi qui, domani lontano duecento chilometri - spostato come un pacco senza sapere che cosa è successo o può succedere. In uno stato di smarrimento e precarietà perenni che mi impedisce di pensare, di riflettere, di concentrarmi, quale che sia la cosa da fare. A volte mi sorprendo a pensare queste parole: rivoglio indietro la mia vita. Me le ripeto una a una, silenziosamente, tra me.

Sai, questa bolla di solitudine inespugnabile che mi stringe fa di me un uomo peggiore. Nessuno ci pensa e nemmeno io fino all'anno scorso ci ho mai pensato. In privato sono diventato una persona non bella: sospettoso, guardingo. Sì, diffidente al di là di ogni ragionevolezza. Mi capita di pensare che ognuno voglia rubarmi qualcosa, in ogni caso raggirarmi, "usarmi". E' come se la mia umanità si fosse impoverita, si stesse immeschinendo. Come se prevalesse con costanza un lato oscuro di me stesso. Non è piacevole accorgersene e soprattutto io non sono così, non voglio essere così. Fino a un anno fa potevo ancora chiudere gli occhi, fingere di non sapere. Avevo la legittima ambizione, credo, di aver scritto qualcosa che mi sembrava stesse cambiando le cose. Quella mutazione lenta, quell'attenzione che mai era stata riservata alle tragedie di quella terra, quell'energia sociale che - come un'esplosione, come un sisma - ha imposto all'agenda dei media di occuparsi della mafia dei Casalesi, mi obbligava ad avere coraggio, a espormi, a stare in prima fila. E' la mia forma di resistenza, pensavo. Ogni cosa passava in secondo piano, diventava di serie B per me. Incontravo i grandi della letteratura e della politica, dicevo quello che dovevo e potevo dire. Non mi guardavo mai indietro. Non mi accorgevo di quel che ogni giorno andavo perdendo di me. Oggi, se mi guardo alle spalle, vedo macerie e un tempo irrimediabilmente perduto che non posso più afferrare ma ricostruire soltanto se non vivrò più, come faccio ora, come un latitante in fuga. In cattività, guardato a vista dai carabinieri, rinchiuso in una cella, deve vivere Sandokan, Francesco Schiavone, il boss dei Casalesi. Se lo è meritato per la violenza, i veleni e la morte con cui ha innaffiato la Campania, ma qual è il mio delitto? Perché io devo vivere come un recluso, un lebbroso, nascosto alla vita, al mondo, agli uomini? Qual è la mia malattia, la mia infezione? Qual è la mia colpa? Ho voluto soltanto raccontare una storia, la storia della mia gente, della mia terra, le storie della sua umiliazione. Ero soddisfatto per averlo fatto e pensavo di aver meritato quella piccola felicità che ti regala la virtù sociale di essere approvato dai tuoi simili, dalla tua gente. Sono stato un ingenuo. Nemmeno una casa, vogliono affittarmi a Napoli. Appena sanno chi sarà il nuovo inquilino si presentano con la faccia insincera e un sorriso di traverso che assomiglia al disprezzo più che alla paura: sono dispiaciuti assai, ma non possono.... I miei amici, i miei amici veri, quando li ho finalmente rivisti dopo tante fughe e troppe assenze, che non potevo spiegare, mi hanno detto: ora basta, non ne possiamo più di difendere te e il tuo maledetto libro, non possiamo essere in guerra con il mondo per colpa tua? Colpa, quale colpa? E' una colpa aver voluto raccontare la loro vita, la mia vita?

Lo sento addosso come un cattivo odore l'odio che mi circonda. Non è necessario che ascolti le loro intercettazioni e confessioni o legga sulle mura di Casale di Principe: "Saviano è un uomo di merda". Nessuno da quelle parti pensa che io abbia fatto soltanto il mio dovere, quello che pensavo fosse il mio dovere. Non mi riconoscono nemmeno l'onore delle armi che solitamente offrono ai poliziotti che li arrestano o ai giudici che li condannano. E questo mi fa incazzare. Il discredito che mi lanciano contro è di altra natura. Non dicono: "Saviano è un ricchione". No, dicono, si è arricchito. Quell'infame ci ha messo sulla bocca degli italiani, nel fuoco del governo e addirittura dell'esercito, ci ha messo davanti a queste fottute telecamere per soldi. Vuole soltanto diventare ricco: ecco perché quell'infame ha scritto il libro. E quest'argomento mette insieme la parte sana e quella malata di Casale. Mi mette contro anche i miei amici che mi dicono: bella vita la tua, hai fatto i soldi e noi invece tiriamo avanti con cinquecento euro al mese e poi dovremmo difenderti da chi ti odia e ti vuole morto? E perché, diccene la ragione? Prima ero ferito da questa follia, ora non più. Non mi sorprende più nulla. Mi sembra di aver capito che scaricando su di me tutti i veleni distruttivi, l'intera comunità può liberarsi della malattia che l'affligge, può continuare a pensare che quel male non ci sia o sia trascurabile; che tutto sommato sia sopportabile a confronto delle disgrazie provocate dal mio lavoro. Diventare il capro espiatorio dell'inciviltà e dell'impotenza dei Casalesi e di molti italiani del Mezzogiorno mi rende più obiettivo, più lucido da qualche tempo. Sono solo uno scrittore, mi dico, e ho usato soltanto le parole. Loro, di questo, hanno paura: delle parole. Non è meraviglioso? Le parole sono sufficienti a disarmarli, a sconfiggerli, a vederli in ginocchio. E allora ben vengano le parole e che siano tante. Sia benedetto il mercato, se chiede altre parole, altri racconti, altre rappresentazioni dei Casalesi e delle mafie. Ogni nuovo libro che si pubblica e si vende sarà per loro una sconfitta. E' il peso delle parole che ha messo in movimento le coscienze, la pubblica opinione, l'informazione. Negli anni novanta, la strage di immigrati a Pescopagano - ne ammazzarono cinque - finì in un titolo a una colonna nelle cronache nazionali dei giornali. Oggi, la strage dei ghanesi di Castelvolturno ha costretto il governo a un impegno paragonabile soltanto alla risposta a Cosa Nostra dopo le stragi di Capaci e di via D'Amelio. Non pensavo che potessimo giungere a questo. Non pensavo che un libro - soltanto un libro - potesse provocare questo terremoto. Subito dopo però penso che io devo rispettare, come rispetto me stesso, questa magia delle parole. Devo assecondarla, coltivarla, meritarmela questa forza. Perché è la mia vita. Perché credo che, soltanto scrivendo, la mia vita sia degna di essere vissuta. Ho sentito, per molto tempo, come un obbligo morale diventare un simbolo, accettare di essere al proscenio anche al di là della mia voglia. L'ho fatto e non ne sono pentito. Ho rifiutato due anni fa, come pure mi consigliavano, di andarmene a vivere a New York. Avrei potuto scrivere di altro, come ho intenzione di fare. Sono restato, ma per quanto tempo dovrò portare questa croce? Forse se avessi una famiglia, se avessi dei figli - come li hanno i miei "angeli custodi", ognuno di loro non ne ha meno di tre - avrei un altro equilibrio. Avrei un casa dove tornare, un affetto da difendere, una nostalgia. Non è così. Io ho soltanto le parole, oggi, a cui provvedere, di cui occuparmi. E voglio farlo, devo farlo. Come devo - lo so - ricostruire la mia vita lontano dalle ombre. Anche se non ho il coraggio di dirlo, ai carabinieri di Napoli che mi proteggono come un figlio, agli uomini che da anni si occupano della mia sicurezza. Non ho il cuore di dirglielo. Sai, nessuno di loro ha chiesto di andar via dopo quest'ultimo allarme, e questa loro ostinazione mi commuove. Mi hanno solo detto: "Robe', tranquillo, ché non ci faremo fottere da quelli là".

Roberto Saviano

Fonte:
Tratto dall'articolo di Giuseppe D'avanzo su www.repubblica.it

venerdì 10 ottobre 2008

...e allora firmiamo!

Da domani parte la raccolta firme contro il Lodo Alfano, legge scandalo ed incostituzionale, vediamo perchè.

Innanzitutto bisogna correggere le bugie di tantissimi politici che sostengono che in tanti altri paesi è presente una legge che rende immune le alte cariche dello Stato: non esiste democrazia al mondo che preveda l’immunità per il premier (Grecia, Portogallo, Francia e Israele la contemplano solo per il capo dello Stato).

Per fortuna esiste ancora un giudice a Milano, anzi parecchi: per esempio quelli del processo Mediaset (D’Avossa, Guadagnini e Lupo), che hanno accolto la questione di incostituzionalità dell’Alfano proposta dal pm Fabio De Pasquale, inoltrandola alla Corte costituzionale perché la porcata venga dichiarata illegittima. Cioè nulla. I testi di De Pasquale e del Tribunale, sono la più plateale smentita alle bugie raccontate in televisione, sulla Costituzione. Secondo il pm, l’Alfano la viola in quattro punti:

1) Se l’art. 3 statuisce l’eguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge e dunque l’art.112 prevede l’azione penale obbligatoria, non si vede come si possano sospendere i processi a carico delle 4 alte cariche dello Stato senz’alcun vaglio sulla gravità dei reati commessi né alcun filtro sull’opportunità di una scelta tanto pesante. Già bocciando il lodo Maccanico-Schifani, la Consulta aveva contestato il carattere generale e automatico della norma, ma Alfano se n’è infischiato e l’ha riproposta tale e quale.

2) Per l’art. 136, le leggi dichiarate incostituzionali sono nulle, dunque non si possono ripresentare: nullo lo Schifani, nullo anche l’Alfano.

3) La figura delle 4 “alte cariche”, per la nostra Costituzione, non esiste. Esse hanno diverse fonti di legittimità: il presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune più i presidenti di Regione; i presidenti delle Camere sono eletti dalle Camere; il premier è nominato dal capo dello Stato. Accomunarli nello stesso calderone impunitario non ha alcun senso.

4) Per derogare al principio costituzionale di eguaglianza, occorre una legge costituzionale: infatti sono articoli o leggi costituzionali a stabilire trattamenti speciali per ministri, capo dello Stato, giudici costituzionali e parlamentari. L’Alfano è una legge ordinaria, dunque non vale.

De Pasquale cita i lavori della Costituente, dove nel 1947 si discusse se immunizzare il Presidente della Repubblica (non certo quelli del Consiglio o delle due Camere) per reati comuni commessi fuori della sua funzione. L’on. Bettiol la propose, ma fu bocciato a larga maggioranza. Calosso obiettò: “Non vedo la necessità di costituire al Capo dello Stato una posizione speciale. Abbiamo una magistratura che è sovrana ed è uno dei poteri dello Stato… Persino presso certi popoli coloniali è possibile chiamare dinanzi al giudice il governatore”. Il grande Mortati rivelò: “Si è omessa intenzionalmente ogni regolamentazione della responsabilità ordinaria del Presidente. E’ una lacuna volontaria della Carta costituzionale”. Il presidente dell’Assemblea, Meuccio Ruini, tagliò corto: “Meglio una lacuna che un privilegio troppo grande per il Presidente, il quale è sempre cittadino fra i cittadini, anche se ricopre il più alto ufficio politico. Non ammetterei che per 7 anni il Presidente della Repubblica non rispondesse alla giustizia del suo Paese”. Altri tempi, altri padri costituenti. Poi arrivò il Lodo Alfano a spiegarci che la legge è uguale per tutti, tranne quattro.

Un'ultima puntualizzazione, Berlusconi s’è dimenticato di spiegare come mai, appena passato il Lodo Alfano, il suo avvocato on. Niccolò Ghedini annunciò che lui non l’avrebbe usato perchè voleva essere assolto, mentre ora pretende di applicarlo pure al coimputato Mills con la sospensione urbi et orbi del processo.

La raccolta firme inizia domani 11 ottobre 2008 e continuerà fino a dicembre, controllate qui (selezionando la vostra regione e provincia) dove si può firmare.
Punti di raccolta firme

Video consigliati:
Marco Travaglio - Passaparola "Sua impunità"
Marco Travaglio - Passaparola "I maiali sono più uguali degli altri"

Fonti:
http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it

venerdì 3 ottobre 2008

“Stavano scommettendo sulla mia sorte"

“Gli uomini che mi accompagnano lungo la strada sembrano non curarsi di me: mi lasciano indietro, ogni tanto si voltano e ridono. Io continuo ad arrancare per arrampicarmi sulla collina d’argilla. Il piccolo sentiero che percorro e’ circondato da una serie di pietre colorate. Le noto appena e non mi chiedo cosa siano. Finalmente uno degli uomini si decide a darmi una mano. Una volta arrivata in cima alla salita incontro un fotografo italiano, e’ lì già da un po’. E’ lui a spiegarmi il perchè di quelle risate: i mujhaeddin si divertivano a vedermi in difficoltà, soprattutto perchè quelle pietre intorno indicavano la posizione delle mine inesplose. Stavano scommettendo sulla mia sorte. ‘’Ce la farà a salire o metterà il piede su una mina prima di arrivare in cima?’’. Ecco quanto conta una vita in Afghanistan, in guerra."

Quanto vale oggi una vita in Afghanistan?
Cosa è rimasto, cosa si è conquistato in anni di lotte e di orrore?
Per cosa si combatte oggi in Afghanistan?
Per il controllo del paese? Per il potere? Per i campi di papaveri ed il controllo del mercato dell’oppio? Per la democrazia?

I mujaheddin dicono di combattere per l’identità di un luogo, per l’onore di un Dio, ma nessuno ancora si è reso conto che poco alla volta ciò che si è andata perdendo è l’identità dell’uomo, la creatura più cara a Dio. Ad ogni Dio.

In questa guerra di potere coperto di ideali, in questo caos misto di istinto, passione e vendette la sola sconfitta è stata fin’ora la persona in quanto tale, che si è vista sovrastare dalla smania di possesso, fino ad esserne schiacciata ed annullata.
Ed allora la morte viene sminuita, ridotta ad una marcia meccanica di corpi cadenti. Essa diviene sfondo consueto del normale vivere.
Una volta i morti si contavano, ora quasi nemmeno più si notano. Qualcuno si perde per strada, qualcuno trova spazio solo nella memoria dei pochi che lo piangono, altri ancora si fanno tutt’uno con la terra senza un lamento, in silenzio, quasi per non disturbare.

E così contiamo, numeriamo, impiliamo, snoccioliamo numeri sulle nostre mani distratte, senza renderci conto che questi numeri rappresentano uomini. Rappresentano noi.

Se mesi fa l’Afghanistan era presente nei nostri notiziari se non altro affiancato alle cifre delle sue vittime per una qualche autobomba, oggi sente parlare di Afghanistan soltanto per spot politici dati con sempre meno clamore, quasi sussurrati per paura che qualcuno associ alle parole addirittura qualche conseguenza. Il nome di questa “terra dei Pashtun” è diventato fugace e fumoso ornamento di quello che ci viene presentato come una sorta di pettegolezzo: “Il ministro della difesa La Russa autorizza l’invio di 4 Tornado in Afghanistan”, “Obama promette più truppe in Afghanistan”.
Stop.
Difficilmente la nostra mente riesce ad andare al di là di questo semplice input.
Dal 2001, quando ogni afghano divenne improvvisamente terrorista, la storia di guerra di questo paese è sempre parte via via più irrisoria dell’informazione che compone le nostre giornate.
Ed ecco allora che i caccia, così come le bombe che sganciano, le mine, i kalashnikov, gli attentati, sono niente di più che parole nel vento, vento nel nulla.

Noi vogliamo parlare di Afghanistan in queste righe non solo per far riaffiorare un ricordo di cui pochi ormai parlano, ma per esprimere un concetto che quella terra, così come ogni luogo di conflitto, sembra gridare: La più grossa degenerazione della guerra è, prima ancora di sminuirlo, assegnare un valore alla vita di un uomo.

La guerra ha il potere di mettere un cartello addosso alla vita su cui è scritto il prezzo per poterci scommettere sopra.
E più il grido degli uomini viene messo a tacere più quel prezzo viene scontato. La vita diviene un gioco, un percorso ad ostacoli dove vincere o perdere sembra non fare differenza..né per chi scommette, né per chi della scommessa fa parte. Se una società in tempo di pace può permettersi di dibattere al tavolo dell’etica su quanto debba essere dignitosa l’esistenza umana, la guerra trasforma quel tavolo in un campo da gioco dove l’esistenza di un uomo è il mancato sorriso di un altro uomo che non ha visto una donna saltare su una mina.

Ma cos’è oggi l’Afghanistan?
Se di cifre vogliamo parlare allora cerchiamo almeno di catalogarle per domande, interrogativi che almeno una volta vorremmo sentir fare a chi invia caccia bombardieri pretendendo di raccontarci che servono solo ad osservare.

Chi combatte oggi in Afghanistan?
Sono le truppe americane e governative (del governo di Hamid Karzai) contro la resistenza dei taliban e dei miliziani dell’Hezb-i Islami nelle province sud-orientali al confine col Pakistan; milizie uzbeke del Jumbesh-i Milli contro milizie tagike del Jamiat-i Islami (di Mohammad Ustad Atta) combattono invece nelle province settentrionali del Paese.
Chi è morto fino ad oggi in Afghanistan?
L’intervento armato Usa alla fine del 2001 ha provocato la morte di 14 mila afgani, di cui almeno 10 mila combattenti talebani e quasi 4 mila civili. A queste vanno aggiunti migliaia di civili afgani morti nei mesi successivi alla fine del conflitto per le malattie e la fame provocate dalla guerra.
Dal 2002 a oggi la guerra ha causato altri 11mila morti, di cui 6mila solo nel 2006. Dall’inizio del 2007 i morti sono almeno 2.970 (562 civili, 1.887 talebani o presunti tali, 422 militari afgani, 94 soldati della Nato).
Quante sono le mine in Afghanistan?

Non c’è provincia afgana che non sia afflitta dal problema dei campi minati. Secondo i dati della Ong britannica Halo Trust, dal 1979 ad oggi sono state disseminate, ufficialmente, almeno 640 mila mine, tra antiuomo e anticarro. A queste vanno aggiunti milioni di ordigni inesplosi. E’’ stato calcolato che per bonificare completamente il territorio afgano, ai ritmi attuali ci vorrebbero più di quattromila anni. Chi arma oggi il conflitto in Afghanistan? L’esercito afgano è armato dall’Occidente (Usa e Gran Bretagna in testa), i mujaheddin Russia, India, Iran, Tajikistan e Uzbekistan. I taliban si finanziano col commercio illegale di oppio e grazie all’appoggio indiretto del Pakistan e dell’Arabia Saudita.
Perché si combatte in Afghanistan?
L’Afghanistan è il maggior produttore di oppio al mondo (l’eroina afgana rifornisce i tre quarti del mercato occidentale) ed è ricco di smeraldi e risorse minerarie. Ma il valore strategico del Paese è legato ai gasdotti e ai corridoi commerciali (stradali e ferroviari) che lo attraversano, collegando gli Stati ex-sovietici dell’Asia centrale con il Pakistan e l’India. Inoltre la recente scoperta di immensi giacimenti di uranio potrebbe diventare una fonte potenziale di nuovi conflitti.

Ma a noi le cifre non piacciono, è troppo facile confondere un volto con uno zero.
Noi di QQ che scriviamo queste righe vogliamo parlarvi di storie, riportarvi delle testimonianze. Ecco allora uno stralcio di una lettera che ci ha molto colpito e che ci scrive Matteo, un infermiere del 118 di Rimini che ha vissuto una missione di 6 mesi nel Panshir, nel nord del paese.

"Facciamo sul campo molta medicina di base, abbiamo programmi di vaccinazioni in valli anche molto lontane ed è veramente dura fare capire agli afghani l'importanza di essere vaccinati contro malattie come il tetano, l'epatite, o la polio. Inoltre stiamo portando avanti un programma (insieme alle nostre ostetriche) per la salute della donna; cerchiamo di essere presenti nelle varie cliniche almeno una volta al mese, e le ostetriche visitano le donne incinte e con problemi ginecologici. Considerate che qui c'e' la più alta mortalità materno-infantile al mondo, dopo la Sierra Leone. Le donne partoriscono a casa e spesso muoiono per cause che con un cesareo si potrebbero evitare. Abbiamo avviato anche una campagna di contraccezione che sta avendo grande successo ed è una delle cose più importanti che facciamo per vari motivi. Il primo è che in questo modo le donne non fanno più 10/12 figli, ma magari 4/5/6, il che le rende meno a rischio, e rende la famiglia in grado di nutrire quei figli (molti muoiono di fame); secondo, la donna assume coscienza di se stessa, non come macchina sforna-bambini ma come donna. Questo, come potete immaginare, è la cosa più difficile da fare, vista la condizione di sottomissione assoluta che la donna vive qui. Ma ho ancora in mente il discorso accorato che ho fatto agli infermieri di Kinch, un remoto distretto dove visitavamo 4/5 donne al mese, e il faccia a faccia che ho avuto con un commander mujaheddin (capo del villaggio) sull'importanza della visita alle donne, sul loro diritto ad essere madri quando loro lo ritengono opportuno, per il bene della comunità intera; credevo si arrabbiasse, invece ci siamo stretti la mano e mi ha promesso che avrebbe fatto tutto il possibile. Il mese dopo, sempre in quella clinica, quando siamo arrivati con le ostetriche....non ci potevo credere...50 burqa azzurri e bianchi aspettavano sedute per terra di essere visitate! Il commander aveva mantenuto la parola, io volevo piangere dalla soddisfazione, ma non ho potuto farlo, che qui non e' una cosa da uomini e non si piange mai.”

C’è un altro punto su cui noi autori abbiamo riflettuto e che vorremmo condividere con voi in questo articolo: Se la guerra fosse semplicemente morte, sarebbe per noi tutto molto facile.
Un’immagine che potremmo evocare è il momento della caduta della bomba atomica su Hiroshima durante la seconda guerra mondiale. L’aereo sgancia, la bomba cade, esplode, la morte si stende su ogni vita, tutto finito. In Afghanistan oggi c’è una piccola potenziale Hiroshima quotidiana nella vita di ogni uomo. La guerra non distrugge la vita, fa una cosa ancora peggiore, le impedisce costantemente di rinascere. Ma in Afghanistan, così come in Iraq o in Palestina piuttosto che in Sri Lanka, non è solo morte, non è solo distruzione, non è solo vittime e carnefici. In Afghanistan c’è vita. La vita di tutti i giorni scorre inesorabile come qui, da noi. O perlomeno cerca di scorrere, cerca di farsi strada, carponi, nella polvere che sollevano le bombe. Il barbiere è sempre lì, nel suo negozio, che chiacchiera con i clienti mentre sistema loro la barba; lo sposo, anche lui è lì, trepidante, davanti alla moschea, in attesa della sua bellissima sposa. Bazar pieni di gente vivono dei colori di pregiate stoffe mentre i bambini giocano tra le macerie di quello che una volta era il loro cortile, e ridono. Fino alla prossima bomba.
La guerra non pone fine alla vita, ma ne è perpetua interruzione quando questa prova a rinascere.
Cucù….

Citazione:

Da tempo non sente la pioggia, Yussuf,
da tanto non ode il rombo dello scrosciare dell'acqua sulle rocce, sulla terra arida.
Da troppe stagioni il tocco deciso delle gocce sull'Afghanistan è coperto dalle esplosioni.
Piovono bombe.

Bimbi appena nati conoscono una pioggia non vera, una pioggia di metallo.

"Non guardate. Non è questo il temporale" pensa Yussuf. "
Le gocce vere puoi sentirle sulla lingua" gli ripeteva la nonna all'orecchio,

quando arrampicato sul suo fianco stanco, si faceva raccontare la sua terra.

("Piovono bombe")


Fonti
:
I dati numerici sulla situazione in Afghanistan sono presi dalla scheda sul paese, in continuo aggiornamento, consultabile su Peacereporer.net