
E’ difficile scrivere un articolo non banale sulle elezioni americane appena terminate, perché è stato detto tutto ed il contrario di tutto, è stato analizzato ogni più piccolo significato e dato un simbolismo ad ogni evento.
Tutti, sia i sostenitori che gli avversari di Barack Obama, sono concordi nell’affermare che il 4 novembre 2008 è una data che entrerà nei libri di storia perché chiude il cammino di un cerchio d’inchiostro cominciato con le prime battaglie di Martin Luther King per la realizzazione di quel sogno così tanto ripetuto e cercato per cui
“tutti gli uomini, i neri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.” (1)
Questo ovviamente non vuol dire che da ieri sera il razzismo è scomparso dalla faccia della Terra ed improvvisamente siamo tutti felicemente diversamente uguali, ma un grosso tabù è stato abbattuto dal paese che più di ogni altro avverte da decenni il senso di colpa e responsabilità per il permeare di questo mal sentimento nei tessuti della propria società.
Ciò che però colpisce della vittoria di Obama è quanto essa sia stata cercata al di fuori degli Stati Uniti.
Tutto il mondo si è come aggrappato a questa elezione quasi che il successo di Obama fosse un soffio di novità e speranza anche per noi europei che non abbiamo votato e non saremo governati da nessun inquilino della Casa Bianca.
Si è concesso poco peso ad una riflessione su questo tema, ma basta guardare le reazioni dei media mondiali all’indomani dell’elezione di Obama per capire quanto l’interesse per il nuovo presidente sia sentito come mai prima nella storia recente degli Stati Uniti, e questo è un dato che va al di là del semplice fatto che il successore di quello che un italiano su 60 milioni definisce “un gigante della storia” e 4 americani su 5 la caricatura di un presidente, ha la pelle di un colore diverso da quello dei suoi 43 predecessori.
La massima espressione di questa voglia europea di sentirsi partecipi al cambiamento americano concretizzatosi lo scorso 4 novembre l’abbiamo avuta ad ottobre, quando Barack Obama, in piena campagna elettorale, tenne una serie di comizi nei principali paesi del vecchio continente ritrovandosi a Berlino di fronte ad una folla di oltre 200.000 persone. In quell’occasione il futuro presidente disse:
”L'America non può isolarsi, l'Europa neanche. E' arrivato il momento di costruire nuovi ponti, di abbattere i Muri che dividono popoli e razze.”E l'Italia?
Cosa ne pensano gli italiani del nuovo american-idol?
Nella nostra classe politica è evidente il mesto tentativo di dipingersi addosso un vestito in Obama-style che però si rompe ad ogni movimento.
L’attuale capo dello schieramento avverso alla maggioranza ha addirittura adottato in campagna elettorale l’ormai famoso “Yes we can” rimestandolo in un più sobrio “Si può fare”.
Ma come abbiamo visto…non si poteva proprio fare.
Su Berlusconi invece il copione è il solito. Per i suoi sostenitori, lui, quando era giovane, è già stato Obama.
Il fatto è che gli italiani sanno benissimo che un simil-Obama non c'è e non può esserci tra le nostre schiere di politici perché è il sistema politico italiano ad essere auto-esclusivo per potenziali Obama dello stivale. Questo ha scatenato voglia di partecipazione ed interesse negli elettori italiani, che hanno visto nella sfida per le presidenziali americane la novità di una intera generazione che per la prima volta si apprestava ad esprimere il proprio parere certa del peso che il voto avrebbe rappresentato, una sensazione che noi non sentiamo da parecchi anni ormai.
La differenza sta nel dover scegliere tra il meno peggio o doversi esprimere per il proprio futuro.
Un sondaggio di Repubblica, che chiedeva agli italiani come si sarebbero espressi se anche loro avessero potuto recarsi alle urne il 4 novembre, ha ricevuto 58.279 voti. Obama ha vinto con il 94% delle preferenze (55.031) mentre Jhon Mc Cain si è dovuto accontentare del 4% (2.521).
Ma se potessero farlo davvero, gli italiani voterebbero un presidente come Barack Obama?
E’ di pochi giorni fa infatti la frecciata del sempre simpatico Massimo D’Alema che ha dichiarato:
“In Italia il figlio di un immigrato Keniota sarebbe ancora a fare la fila per il permesso di soggiorno. In America invece diventa presidente”
Sicuramente questo governo, con tutta una serie di provvedimenti proposti che vanno dalle famose impronte digitali ai bambini rom arrivando alle classi separate per gli stranieri, sta dando un’impronta alla propria legislatura che tutto si può definire fuorché di integrazione.
Episodi di violenza inaudita come l’omicidio di William Guibre, il ragazzo originario del Burkina Faso ucciso lo scorso mese a Milano per aver rubato una scatola di biscotti, o altri casi di intolleranza avvenuti in città come Parma, Roma, Ciampino e Castel Volturno contribuiscono a dare dell’Italia un’immagine di paese che ha innestato la retromarcia sui diritti civili dei propri cittadini e di coloro che entrano come immigrati.
Lo sostengono tutti, dalla Spagna alla Germania, passando dalla Francia fino ad arrivare agli Stati Uniti; proprio nello scorso mese di ottobre il New York Times usciva con un articolo dal titolo: “Italy’s Attacks on Migrants Fuel Debate on Racism”
(Trad: "L'attacco italiano agli immigrati getta benzina al dibattito sul razzismo") .
Certo non ci aiutano gli apprezzamenti di Don Black, l’attuale capo del più grande movimento “Potere bianco” degli Stati Uniti (il nuovo Ku Klux Klan) che in una intervista a Repubblica ha dichiarato: “
Ci piace il vostro Paese: c'è molta eccitazione sul nostro sito per quello che sta succedendo da voi, siete i primi e a reagire a dimostrare che non vi fate sottomettere dagli immigrati.”(2)
Sicuramente, un aumento dell’insicurezza e dell’intolleranza è dovuto anche ad una situazione di instabilità economica che l’Italia soffre da ben prima della crisi mondiale dell’economia (noi in questo siamo stati più che precursori) e questo fa capire perché per molti di noi italiani l’elezione di Obama viene vissuta come “cosa nostra”, con un interesse che non è paragonabile con nessuna delle precedenti consultazioni della storia estera recente.
Voglio portare un esempio di quanto questa crisi sia concretamente percepita come “mondiale” dalle persone comuni.
Parliamo dell’SCM, la più importante industria della provincia riminese.
E dell’inizio del mese la notizia che i dirigenti dell’SCM hanno chiesto la cassa integrazione per 220 dipendenti su 400 (pare si scenderà a 165), 160 operai e 60 impiegati: saranno sospesi a zero ore o a rotazione.
La richiesta prevede un periodo di dieci settimane e in questi giorni sono in corso le solite trattative con i sindacati.
Ma si tratta solo dell’esempio più eclatante.
Cattive notizie arrivano anche dalla Top automazioni di Poggio Berni, per 35 dipendenti, e un'industria chimica, la Sicer, per 25 dipendenti. Alla Maroncelli legnami è in arrivo la mobilità per 19 persone.
I sindacati la definiscono una crisi, per la prima volta, davvero trasversale. E non ne è indenne neppure l'edilizia.
Un fenomeno che ha assunto una certa consistenza nel mese di settembre, e che a ottobre ha subito un'accelerazione preoccupante. I dati sono ancora aggiornati a settembre: da gennaio a settembre le aziende che sono ricorse alla cassa integrazione sono state 102. Più altre 34 ricorse alla cassa per l'artigianato.
Per un totale di oltre 200.473 ore: nello stesso periodo del 2007 erano poco più di 150mila. Un aumento di oltre il 33 %.
E’ una catena infernale che coinvolge tutti, perché l’SCM ovviamente ha il mondo come proprio mercato e gli Stati Uniti rappresentano una buona fetta della torta di coloro che hanno capacità di influire sull’andamento dell’economia mondiale.
Forse per la prima volta quindi anche a Rimini la crisi mondiale è tangibile, e se lo è a Rimini lo è in tutta Italia, e questo fa capire perché il sogno americano è improvvisamente e necessariamente diventato per tutti il sogno italo-americano, un sogno che trova la sua ispirazione onirica in tanti aspetti della nostra vita, siamo passati dall’economia alla società, dai diritti alla politica e tanti altri aspetti forse andrebbero ancora analizzati.
Cucù…
“America, abbiamo fatto tanta strada. Abbiamo visto tanto. Ma c'è ancora tanto da fare. Stasera chiediamoci: se i nostri figli dovessero vivere fino a vedere il prossimo secolo, se le mie figlie fossero così fortunate da vivere tanto quanto Ann Nixon Cooper, che cambiamenti vedranno? Che progressi avremo fatto? Questa è la nostra opportunità di rispondere. Questo è il nostro momento per ridare alla nostra gente il lavoro e aprire porte dell'opportunità ai nostri bambini, per ridare la prosperità e promuovere la causa della pace; per reclamare il sogno americano e riaffermare quella volontà fondamentale, che di tanti, siamo uno; che finché abbiamo respiro, abbiamo speranza. E se troviamo davanti a noi il cinismo e i dubbi e chi ci dice che non possiamo, risponderemo con quel credo senza tempo che riassume l'intero spirito di un popolo: sì, possiamo.” (3)
Fonti e citazioni:(1) http://www.english-zone.com/holidays/mlk-dreami.html
(2) http://www.repubblica.it/2008/10/speciale/altri/2008elezioniusa/nuovo-klan/nuovo-klan.html
(3) Stralcio finale del discorso di Barack Obama a Chicago dopo la vittoria, guarda il video su http://it.youtube.com/watch?v=Y_LB_HGQEKk&feature=related
L'articolo del NYT citato nel postI dati sulla situazione dell'SCM e di altre aziende del riminese sono presi da articoli da:
www.altarimini.it
www.newsrimini.it/stampa.php?sid=45621