venerdì 20 febbraio 2009

Incontro con l’autore: Piero Ricca


L’informazione è il cardine della libertà. Se l’informazione è controllata, allora la libertà è controllata. Questo è stato il tema cruciale dell’incontro di giovedì 12 febbraio, a Santarcangelo, con il giornalista e blogger Piero Ricca.
L’incontro ha spaziato su vari campi: quant’è l’importanza dell’informazione; perché è ingiusto che qualcuno ne abbia il monopolio; qual è la situazione dell’informazione in Italia. E, infine, come possiamo noi comuni cittadini migliorare la nostra informazione. Sviluppando con ordine questi punti, Ricca ha voluto soffermarsi su alcuni concetti che offrono importanti spunti critici: per citare un evento recente, Obama ha vinto le elezioni americane anche tramite la rete, le tv, i giornali. Si è stimato che queste elezioni siano state le più dispendiose di sempre dal punto di vista “pubblicitario”. Obama, scientemente, ha investito su Internet, è andato ospite a programmi tv come il “David Letterman show” insieme al rivale McCain. Tutto questo gli ha portato guadagni d’immagine, gli ha permesso la diffusione su larga scala delle proprie idee politiche. Questo per dire che l’informazione ha un ruolo determinante nelle decisioni che assumiamo.
George Orwell parlava di un Grande Fratello che avrebbe soggiogato tutte le menti controllando l’informazione: chi controlla il presente controlla il passato, chi controlla il passato controlla il futuro. Risulta quindi lampante che l’informazione non può essere proprietà esclusiva di qualcuno. Secondo Ricca in Italia c’è un totale asservimento dell’informazione alla politica e ad altre entità lobbystiche. Ne consegue che l’informazione che ci arriva non è pura, inviolata, bensì filtrata dai direttori dei giornali, o telegiornali, affiliati a questo o quel partito. E che quindi ci fanno sapere ciò che preferiscono. Il mestiere del giornalista, secondo lui, potrebbe benissimo appartenere all’insieme degli antichi mestieri dimenticati, come il maniscalco o «quello che intreccia le sedie col vimini, presenti nelle sagre di ogni paese». Perché c’è anche un difetto nel giornalismo se si è arrivati a questo punto; c’è una sorta di analfabetismo morale: un politico oramai può dire e fare ciò che vuole, sicuro che nessuno lo farà rispondere delle sue affermazioni.
Quello che fa Piero Ricca è questo: interviste vere ai politici. Vere, quindi scomode. La soluzione a questa lenta mitridatizzazione è la rimessa in discussione di noi stessi. Finche ci sarà sudditanza, rassegnazione e indifferenza da parte nostra, saremo noi la casta. Dobbiamo ricominciare da noi stessi, agendo nel piccolo, nelle città, cominciare a pensare che facciamo qualcosa semplicemente perché è giusto: questo è ciò che temono i controllori dell’informazione. Non si può ristabilire l’onestà per legge, siamo noi a dover cambiare mentalità. Quando qualche anno fa un ragazzo di meno di 20 anni si è accorto che era ingiusto pagare i costi di ricarica, e che solo in Italia si pagavano, ha mandato una lettera alla Corte Europea, e una al governo. È finita che i costi di ricarica sono stati aboliti per sollecitazione della Comunità Europea sul nostro governo. Questo è il potere dell’informazione. Se per dire queste cose, tristemente vere ma scomode, Piero Ricca raduna 100 persone e Bruno Vespa 4 milioni a sera, è chiaro che c’è un difetto nel nostro apparato d’informazione. Se Bossi può difendere Napolitano come «garante della costituzione» dopo aver di fatto per anni tentato la secessione, se Mentana può strillare come una vergine violata che Canale 5 non fa informazione, dopo averci lavorato per anni ed essere stato anch’egli servo di quel sistema fraudolento, se l’espressione “questione morale” ci fa venire in mente PD invece di Enrico Berlinguer, se ciascun politico ha potuto strumentalizzare a proprio comodo la dolorosa vicenda di Eluana, se ci facciamo intontire da questo “allarme stupri” da parte dei clandestini invece di pensare a perché e come arrivano in Italia, ma soprattutto se non ci accorgiamo che i nostri parlamentari (la maggior parte inquisiti o addirittura condannati) si stanno lentamente immunizzando, ci stanno togliendo la possibilità di votarli, stanno distruggendo uno stato già allo stremo delle forze, distraendoci quotidianamente con falsi problemi, allora è il caso di fermarsi un attimo.
Aristotele sosteneva che l’oligarchia fosse una forma di governo degenerativa, nella quale una ristretta classe di aristocratici corrotti amministrava il potere per i propri interessi…filosofia o triste profezia? In attesa di saperlo, abbiamo l’obbligo di stare attenti ad ogni dichiarazione, ad ogni legge illegittima, ad ogni tentativo politico di modificare la costituzione nelle sue fondamenta. Insomma, dobbiamo vigilare su noi stessi, sul nostro diritto ad un’informazione libera e sulla nostra libertà.

mercoledì 4 febbraio 2009

Africa made in China


E’ un binomio che all’apparenza fa sorridere, quello tra Cina ed Africa. Si è abituati a pensare all’Africa come colonia di paesi come Gran Bretagna e Francia, ci si ricorda delle grandi influenze avute da Germania, Portogallo, Italia e Belgio e negli ultimi anni ci si è accordi della presenza sempre più imponente degli Stati Uniti con la politica della vecchia amministrazione Bush.
Pochi però riescono ad immagine la Cina come nuovo soggetto interessato ad un neo-colonialismo in terra d’Africa.
Eppure, basta scavare un pò per trovare un sacco di informazioni che raccontano di un ruolo cinese sempre più di primo piano nella questione africana.
Se nel 1999 il volume degli scambi era di 5,6 miliardi di dollari, ora la Cina è, secondo fonti del parlamento europeo, il terzo partner commerciale dell’Africa ed intende portare entro il 2010 il valore di questi scambi ad una cifra pari a 100 miliardi di dollari.
Oggi in Africa i cinesi costruiscono di tutto: strade, dighe, centrali elettriche, oleodotti, ed intuirne il motivo non è poi così difficile.
Il Sole 24 Ore, nel novembre del 2008, pubblicava un articolo in cui raccontava di duemila tecnici cinesi pronti a sbarcare in Algeria per accelerare i lavori per la costruzione della mega autostrada che percorrerà i 1200 km della costa algerina collegando Tunisia e Marocco. L’annunciato arrivò dall'ambasciatore della Cina in Algeria, Liu Yuhe che si ritrovò a dichiarare:
“Stiamo completando le procedure amministrative per l'arrivo dei 2 mila tecnici, che si aggiungeranno alle migliaia di cinesi già impiegati nella realizzazione di opere pubbliche nel paese maghrebino, e che permetteranno di accelerare e migliorare il lavoro nei cantieri di viadotti e tunnel a Boumerdes e Bouira, in Cabilia”.
Con circa 30 mila persone, quella cinese è la più grande comunità straniera in Algeria.
Le finalità sono le stesse che hanno spinto per secoli le potenze straniere a mettere l’occhio sul continente africano.
L’Africa è il più grande fornitore di materie prime al mondo. Diversi economisti sostengono che circa il 30% delle riserve minerarie e metallifere si trovino nel continente africano nonostante quest’ultimo non esporti a livello mondiale. Zambia, Repubblica Democratica del Congo e Sudafrica sono i maggiori fornitori del rame presente nel mercato mondiale ; Sudafrica e Namibia dell’uranio ; Sudafrica, Zimbawe e Botswana del nichel e del cobalto ; Guinea e Ghana della bauxite ; Repubblica Democratica del Congo , Rwanda e Uganda del molibdeno, tantalio e niobio ; Sudafrica, Liberia e Mauritania del ferro.
E guai a dimenticare il petrolio. La spettacolare crescita economica registrata dalla Cina a partire dal 1979 non potrà essere mantenuta ancora a lungo se Pechino non riesce a garantirsi una maggiore sicurezza di approvvigionamenti energetici e di beni primari. La ricerca globale di petrolio ha lo scopo specifico di “mettere sotto chiave i barili” direttamente alla loro fonte. I cinesi non hanno alcuna intenzione di rimanere ostaggio dei capricci del mercato internazionale del petrolio. Per questo motivo stanno aumentando gli sforzi per acquistare azioni dei giacimenti petroliferi africani o per stabilire solidi accordi che garantiscano loro l’accesso a questi giacimenti . Lo sviluppo di nuove strategie per proteggere le proprie fonti di approvigionamento petrolifero è una risposta alla sempre maggiore instabilità del Medio Oriente.
Si prevede che in Cina il consumo annuale di petrolio raggiungerà i 300 milioni di tonnellate entro il 2010, oltre metà delle quali dovranno essere importate.
Durante il suo viaggio in Africa nel febbraio del 2004, il presidente cinese Hu Jintao ha richiamato l’attenzione sulla necessità di una più stretta e ampia collaborazione fra Africa e Cina nella ricerca di giacimenti di gas e petrolio. Attualmente, la Cina è il maggiore importatore di petrolio sudanese e i
funzionari cinesi ritengono che il Sudan giungerà presto a soddisfare il 9% del loro fabbisogno complessivo.

Ma il numero di informazioni sullo sviluppo dei rapporti tra Cina ed Africa è, in rete, davvero impressionante e lo scopo di questo articolo è invece quello di invitare a riflettere su un punto più oscuro dell’espansione, ed esportazione mondiale del modello cinese.
Come mai la Cina è riuscita nell’arco di una decina d’anni ad entrare in maniera così radicata nel tessuto sociale africano, là dove altre superpotenze hanno spesso fatto buchi nell’acqua? Non è affatto semplice realizzare attività infrastrutturali in Africa, spesso in territori che sono inadatti per le condizioni climatiche, morfologiche, per l’instabilità delle regioni, e non ultimo, per l’impressionante quantità di ordigni bellici inesplosi presenti sul terreno.
La risposta la si trova analizzando il nostro paese.
I cinesi hanno successo perché i loro prodotti costano pochissimo ed il motivo è che la manodopera che forniscono ha costi bassissimi, che non sono sostenibili da nessun altro concorrente estero.
La domanda successiva è: a quale prezzo?
Facciamo un esempio concreto parlando di Angola:
L'Angola ha l'economia più interessante del continente, è pieno di ferro, bauxite, uranio, oro, caffè oltre che petrolio (due milioni di barili al giorno) ma ha un debito estero di nove miliardi di dollari e una spesa prevista per la ricostruzione dopo 30 anni di guerra che si avvicina ai 35 miliardi di dollari.
Inoltre è al 151esimo posto su 159 nella classifica dei paesi più corrotti.
Il governo di Pechino, come abbiamo detto, acquista dagli stati africani materie prime. Invece di pagarle in contanti ,fornisce alle economie locali una controparte in infrastrutture. A costruire le strade, i ponti o gli ospedali concordati sono, ovviamente, multinazionali cinesi che per ridurre i costi possono addirittura fare uso dei detenuti.
Dove sta il doppio trucco?
Poniamo di essere un galeotto cinese, arrestato in Cina per un reato di opinione contro il Partito Comunista Cinese. Ci viene comunicato che dovremo scontare la nostra prigionia in Angola, compiendo lavori non pagati per una multinazionale del nostro paese.
Così, per cinque anni ci troviamo costretti a vivere e a lavorare gratuitamente in Angola. Poi, trascorso il nostro periodo di detenzione e terminata la nostra condanna, ritorniamo ad essere cittadini liberi, però in Angola, non certo in Cina, in cui ci è fatto addirittura divieto di tornare.
Siamo dunque diventati cittadini angolesi e d’ora in poi la nostra vita sarà in Africa, mettendo in atto un involontario (da parte nostra) processo di neo-colonizzazione del paese.
Dati certi non ne esistono ma fonti vicine alle organizzazioni missionarie spiegano nel 2006 che gli immigrati cinesi dovrebbero essere oltre 600mila su un totale di 15 milioni di abitanti. E molti di questi forzati della migrazione sono proprio detenuti che vengono trasferiti dalle patrie galere ai cantieri edili dell'Angola per onorare i vantaggiosi impegni stipulati dal loro governo.
Ecco allora che oltre ad avere un giro di affari enorme nel paese che più di ogni altro al mondo offre domanda di investimenti grazie ai suoi costi di produzione irrisori, la Cina riesce a porre le basi per un’avanguardia coloniale nascosta, che viene però infiltrata non grazie alla globalizzazione delle culture ma attraverso lo sfruttamento e la negazione dei diritti umani.
Cucù...

Più la Cina è povera, più è ricca. I suoi filosofi possiedono la pietra filosofale. Non sporcano: patinano. Conoscono il segreto per fabbricare oro con il letame.” (Jean Cocteau)

sabato 31 gennaio 2009

Rete vs carta

Riprendiamo un articolo di Peter Gomez pubblicato ieri sul suo blog perchè ci sembra doveroso dare una speranza a tutti quei lettori on-line che sono a conoscenza del fatto che a volte i giornali non facciano il loro lavoro e cioé una corretta informazione. Buona lettura!

Qualcosa di straordinario sta accadendo in questi giorni. Per la prima volta la rete e la sua "memoria" rischiano di scalfire seriamente il paludato mondo dell'informazione italiana. Per un giorno e mezzo le pagine web dei commenti di Corriere della Sera e della Repubblica sono state intasate da centinaia e centinaia di messaggi di lettori indignati per il modo con cui era stata seguita dai due quotidiani la manifestazione di piazza Farnese. Solo uno sciocco potrebbe dire che si trattava esclusivamente di sostenitori di Di Pietro decisi ad assediare con le loro proteste le redazioni dei giornali. Certo, tra di loro i dipietristi non mancavano. Ma la verità è un'altra. Anche in Italia esiste ormai un pubblico nuovo che cerca d'informarsi attraverso la rete.

I giornali scrivono che Di Pietro ha attaccato Napolitano dandogli del mafioso? Si va sul web, si rivede il suo intervento. E ci si fa un'opinione.

All'improvviso il re resta nudo. La realtà non è più mediata. È immediata. Ciascuno può giudicare, almeno per quanto riguarda eventi pubblici come questi, se i cronisti hanno riportato fedelmente i fatti, o meno. Se gli opinionisti ragionano sulla realtà o su quella che loro vorrebbero essere la realtà.

Rispetto a questa rivoluzione le classi dirigenti del Paese sembrano vecchie di molti secoli. Del resto proprio i quotidiani ieri ci hanno spiegato che Napolitano aveva deciso di replicare con un comunicato a Di Pietro dopo aver letto i dispacci delle agenzie su quanto stava accadendo in piazza. È stato lì, su un take di agenzia, che lo staff del Presidente ha trovato la prima ricostruzione sbagliata degli avvenimenti (la frase sul «silenzio mafioso» veniva impropriamente accostata ad altre). Ed è stato in quel momento che è scattata la reazione. Un corto circuito mediatico, insomma, facilitato dall'ormai evidente avversione del Quirinale per le voci che cantano fuori dal coro Pd-Pdl, ma pur sempre un corto circuito.

La stampa su tutto questo deve riflettere. I quotidiani sono in crisi, perdono copie ogni giorno, mentre le loro pagine web doppiano ormai come diffusione quelle di carta. Prendere sotto gamba il popolo della rete insomma è pericoloso. Anche perché la pubblicità, vera linfa vitale dei media, è destinata a spostarsi sempre più su internet. E in futuro vicinissimo le vere battaglie per la conquista del mercato si giocheranno lì.

Quello che è accaduto negli Usa, dove Obama ha raccolto attraverso il web milioni e milioni di dollari per la sua campagna elettorale e dove giornali dalla storia centenaria rischiano di chiudere, è un segnale di quanto avverrà da noi. Quello che è successo con gli articoli su piazza Farnese è invece un monito per molti giornalisti che dovrebbero ricominciare a ricordare di avere un solo padrone: il lettore.

Video consigliati:
L'intervento di Di Pietro

Sondaggio:
su Micromega

Articoli esempio (fate caso ai commenti):
Corriere
La repubblica
L'Unità
La stampa

Fonti: www.voglioscendere.ilcannocchiale.it

lunedì 12 gennaio 2009

Il boomerang di Gaza

Riportiamo un articolo del 2 volte premio Pulitzer Nicholas D. Kristof pubblicato qualche giorno fa sull'International Herald Tribune.
Racconta, secondo noi in maniera molto chiara, l'errore strategico, morale, politico e prima di tutto umano che ha portato alla tragedia che si sta consumando in questi giorni a Gaza, dove secondo le ultime stime si sono superate le 900 vittime civile tra i palestinesi.

Inoltre, ci piacerebbe invitarvi a guardare delle immagini pubblicate dal sito di Repubblica.
Crediamo che qualunque telegiornale che volesse davvero raccontarci cosa sta accadendo in questa ennessima guerra, dovrebbe soltanto lasciar scorrere queste immagini per mezzo minuto come primo servizio.
Non lo diciamo per farci portatori di un facile moralismo spicciolo, ma perchè crediamo che le occorra dare il giusto significato alle parole e queste immagini sono il giusto significato di "Guerra a Gaza"...anzi....di guerra in generale....Cucù!

Vi avvisiamo che le immagini sono VERAMENTE molto forti e quindi guardatele solamente se potete accettare di restare molto impressionati.

Link alle immagini


Il boomerang di Gaza
(di N.D.Kristof)

Nel momento in cui Israele bombarda Gaza per tentare di distruggere Hamas, vale la pena ricordare che è stato Israele stesso a favorire lo sviluppo di Hamas.
Quando Hamas fu fondata nel 1987, Israele era per lo più preoccupata del movimento Fatah di Yasser Arafat e pensò che una organizzazione religiosa palestinese avrebbe aiutato a indebolire Fatah. Israele calcolò che tutti quei fondamentalisti musulmani avrebbero passato il loro tempo a pregare nelle moschee, così diede un giro di vite a Fatah e permise a Hamas di crescere come forza alternativa.

Ciò a cui assistiamo in Medio Oriente è la sindrome del boomerang.
Il terrorismo arabo ha creato supporto per i politici israeliani di destra, che hanno reagito duramente contro i palestinesi, che a loro volta hanno risposto con altro terrorismo, e così via. Gli estremisti di entrambe le parti si sostengono a vicenda e l’eccessivo assalto terrestre di Israele a Gaza creerà verosimilmente altri terroristi nel lungo periodo.

Se questo schema continuerà, col tempo assisteremo allo scontro tra palestinesi in stile Hamas e israeliani sostenitori della linea dura, che renderanno le rispettive vite un inferno – e lasceranno i moderati del Medio Oriente privi di qualunque peso politico.
Ho visitato Gaza l’estate scorsa ed ho trovato molti palestinesi indecisi in un modo che Americani ed Israeliani spesso non comprendono.
Molti abitanti di Gaza descrivono Fatah come corrotta ed incompetente, e non amano il fanatismo e la repressione di Hamas. Ma quando vengono umiliati e fatti soffrire, trovano grande soddisfazione nel vedere Hamas combattere per la loro causa

Certo, Israele è stato provocato profondamente in questa occasione. Ha chiesto una proroga del suo cessate il fuoco con Hamas – e l’Egitto si è offerto di mediare – ma Hamas ha rifiutato. Quando viene bombardato dal proprio vicino, Israele deve fare qualcosa.

Ma il diritto di Israele di fare “qualcosa”, non significa che abbia il diritto di fare “qualsiasi cosa”. Da quando sono iniziati i bombardamenti da Gaza, nel 2001, i civili israeliani che hanno perso la vita a causa di razzi e mortai palestinesi sono 20, secondo dati provenienti da gruppi israeliani per i diritti umani. Ciò non può giustificare una invasione di terra senza esclusione di colpi che ha ucciso oltre 660 civili [ora sono oltre 900 n.d.r.] (è difficile sapere quanti di loro poi siano effettivamente militanti).

Quindi, cosa avrebbe potuto fare Israele di ragionevole?
Bombardare le gallerie attraverso le quali vengono contrabbandate le armi sarebbe stata una risposta adeguata , se Israele si fosse fermato lì, e lo stesso vale per le incursioni aeree su alcuni obiettivi di Hamas.
Un approccio ancora migliore sarebbe stato quello di allentare l’assedio di Gaza, creando forse così un ambiente in cui Hamas avrebbe esteso il cessate il fuoco. Sarebbe di certo valsa la pena provare - e quasi qualunque cosa sarebbe stato meglio che attaccare in un modo che non farà altro che aumentare l’effetto boomerang.

Questa politica non sta affatto rafforzando Israele”, osserva Sari Bashi, direttore esecutivo di Gisha, un’associazione israeliana per i diritti umani che si occupa dei problemi relativi a Gaza. “Il dramma a cui 1,5 milioni di persone sono state sottoposte a Gaza avrà disastrosi effetti a lungo termine sulla nostra capacità di vivere insieme.
Una mia collega di Gaza lavora per una organizzazione israeliana. Sta imparando l’ebraico ed è proprio il tipo di persona con cui possiamo costruire un futuro comune. E suo nipote di 6 anni, ogni volta che una bomba cade dal cielo, all’inizio è spaventato poi dice – speranzoso – che forse ora le Brigate Qassam spareranno razzi agli israeliani”.

La strategia degli israeliani è stata quella di rendere perpetua la sofferenza dei palestinesi nella speranza di creare una sorta di avversione nei confronti di Hamas. Ecco perché, a partire dal 2007, Israele ha ridotto il carburante concesso a Gaza per gli usi più comuni – ed è il motivo per cui oggi, nel periodo successivo ai bombardamenti, 800.000 cittadini di Gaza si ritovano senza acqua corrente.

Bashi ha detto: “La politica israeliana riguardo Gaza è stata spacciata come mirata contro Hamas, ma in realtà è una politica contro un milione e mezzo di persone che vivono a Gaza. Sappiamo tutti che la soluzione più plausibile per il medio oriente è una soluzione a due stati, sulla falsariga di ciò che propose l’ex presidente Bill Clinton. E’ difficile dire come si possa arrivare a questa soluzione dal punto in cui ci troviamo ora, ma un passo cruciale è rafforzare il presidente Mahmous Abbas e il suo governo palestinese.
I primi rapporti ci dicono invece che gli assalti su Gaza hanno rafforzato la rabbia degli arabi nei confronti di Abbas e dei vicini moderati come la Giordania, minando la riconciliazione.
Taghreed el-Khodary, un mio coraggioso collega del NYT a Gaza, ha riportato le parole di un padre di 37 anni, che piangeva sul cadavere di sua figlia undicenne: “Da ora in poi, sono in Hamas. Scelgo la resistenza!

Barack Obama ha detto relativamente poco su Gaza. In un primo momento, date le provocazioni da parte di Hamas, questo atteggiamento era comprensibile. Ma ora che l’offensiva di terra costa altre numerose vite, deve unirsi alla richiesta dei leader Europei di un nuovo cessate il fuoco su tutti i fronti – e appena assunta la presidenza , deve fornire una vera leadership che il mondo richiede con insistenza.

Aaron David Miller, un negoziatore di pace degli Stati Uniti impegnato per molto tempo in Medio Oriente, suggerisce nel suo nuovo eccellente libro “The Much Too Promised Land” (“La Terra troppo promessa”) che i presidenti dovrebbero offrire ad Israele “amore, ma un amore severo”.

Quindi, Mr.Obama, trovi la sua voce. Si innamori, ma con severità, di Israele.

Fonti:
Articolo originale: http://www.iht.com/articles/2009/01/08/opinion/edkristof.php

mercoledì 7 gennaio 2009

L'Arsenale della Pace


Il Ser.Mi.G. (Servizio Missionario Giovani) è nato a Torino nel 1964.Dal 1983 la sua sede è l’ex arsenale militare di Torino, ora Arsenale della Pace, una superficie di quarantamila metri quadrati aperto 24 ore su 24. Da allora grazie ad Ernesto Olivero che ispirato da un passo del profeta Isaia (“Le armi si trasformeranno in strumenti di lavoro”) ha fondato l’Arsenale della Pace in quel luogo si creano pace e solidarietà. Il Sermig ospita ogni giorno circa 2'000 persone, aiuta i meno fortunati, i missionari ed invia aiuti umanitari a 89 Paesi in tutto il mondo. Altri due arsenali sono stati fondati in Brasile e Giordania rispettivamente nel 1996 e nel 2003. Nel Sermig vivono monaci e monache, coppie, famiglie ma soprattutto giovani, che si recano ogni giorno volontari per aiutare coloro che vivono in questa realtà. La forza straordinaria di questo arsenale sta nel vedere i problemi del mondo come qualcosa che si può vincere con l’impegno. Un esempio che si potrebbe fare è quello della fame del mondo, sconfiggerla sembra un obiettivo irrealizzabile. I 30'000 morti di fame al giorno non sono certo facili da nutrire, però guardando la questione in un ottica diversa già la cosa si semplifica, infatti contando che al mondo siamo 6'600'000'000 (secondo le stime del 2007/2008) le persone che ogni giorno muoiono di fame sono 1 ogni 220'000. A me sembra che la cosa detta così cambi radicalmente. Questo è uno degli aspetti su cui al Sermig insistono particolarmente con tutti i gruppi di giovani che recano servizio presso di loro, evitare gli sprechi è importantissimo. Sul sito dell’arsenale ( http://www.giovanipace.org/ ) troverete tutte le loro iniziative che potrebbero essere anche dalle vostre parti per chi abitasse troppo lontano da Torino, anche se durante la mia permanenza c’erano anche dei napoletani tra i giovani presenti. Vi consiglio con tutto me stesso questa esperienza perché la sensazione che ho provato, oltre a quella di fare il mio dovere per aiutare gli altri è di aver appreso molte cose; cose che per esempio un giovane che sarà addetto alle risorse idriche del proprio paese, sindaco, o parlamentare dovrebbe sapere, perché se anche la fame nel mondo continuerà ad esserci, almeno si evitino gli sprechi che nei nostri stati ricchi abbondano, perche anche questo natale, secondo le stime anche se la spesa media pro-capite si è ridotta del 20% a 200€ e gli stessi dati dicono che il 65% del cibo del cenone è stato sprecato. È quantomeno una questione di giustizia.

Siti consigliati: | http://www.giovanipace.org/ | http://www.sermig.org/ |
Fonti: | http://www.giovanipace.org/ | www.wikipedia.it |