mercoledì 4 febbraio 2009

Africa made in China


E’ un binomio che all’apparenza fa sorridere, quello tra Cina ed Africa. Si è abituati a pensare all’Africa come colonia di paesi come Gran Bretagna e Francia, ci si ricorda delle grandi influenze avute da Germania, Portogallo, Italia e Belgio e negli ultimi anni ci si è accordi della presenza sempre più imponente degli Stati Uniti con la politica della vecchia amministrazione Bush.
Pochi però riescono ad immagine la Cina come nuovo soggetto interessato ad un neo-colonialismo in terra d’Africa.
Eppure, basta scavare un pò per trovare un sacco di informazioni che raccontano di un ruolo cinese sempre più di primo piano nella questione africana.
Se nel 1999 il volume degli scambi era di 5,6 miliardi di dollari, ora la Cina è, secondo fonti del parlamento europeo, il terzo partner commerciale dell’Africa ed intende portare entro il 2010 il valore di questi scambi ad una cifra pari a 100 miliardi di dollari.
Oggi in Africa i cinesi costruiscono di tutto: strade, dighe, centrali elettriche, oleodotti, ed intuirne il motivo non è poi così difficile.
Il Sole 24 Ore, nel novembre del 2008, pubblicava un articolo in cui raccontava di duemila tecnici cinesi pronti a sbarcare in Algeria per accelerare i lavori per la costruzione della mega autostrada che percorrerà i 1200 km della costa algerina collegando Tunisia e Marocco. L’annunciato arrivò dall'ambasciatore della Cina in Algeria, Liu Yuhe che si ritrovò a dichiarare:
“Stiamo completando le procedure amministrative per l'arrivo dei 2 mila tecnici, che si aggiungeranno alle migliaia di cinesi già impiegati nella realizzazione di opere pubbliche nel paese maghrebino, e che permetteranno di accelerare e migliorare il lavoro nei cantieri di viadotti e tunnel a Boumerdes e Bouira, in Cabilia”.
Con circa 30 mila persone, quella cinese è la più grande comunità straniera in Algeria.
Le finalità sono le stesse che hanno spinto per secoli le potenze straniere a mettere l’occhio sul continente africano.
L’Africa è il più grande fornitore di materie prime al mondo. Diversi economisti sostengono che circa il 30% delle riserve minerarie e metallifere si trovino nel continente africano nonostante quest’ultimo non esporti a livello mondiale. Zambia, Repubblica Democratica del Congo e Sudafrica sono i maggiori fornitori del rame presente nel mercato mondiale ; Sudafrica e Namibia dell’uranio ; Sudafrica, Zimbawe e Botswana del nichel e del cobalto ; Guinea e Ghana della bauxite ; Repubblica Democratica del Congo , Rwanda e Uganda del molibdeno, tantalio e niobio ; Sudafrica, Liberia e Mauritania del ferro.
E guai a dimenticare il petrolio. La spettacolare crescita economica registrata dalla Cina a partire dal 1979 non potrà essere mantenuta ancora a lungo se Pechino non riesce a garantirsi una maggiore sicurezza di approvvigionamenti energetici e di beni primari. La ricerca globale di petrolio ha lo scopo specifico di “mettere sotto chiave i barili” direttamente alla loro fonte. I cinesi non hanno alcuna intenzione di rimanere ostaggio dei capricci del mercato internazionale del petrolio. Per questo motivo stanno aumentando gli sforzi per acquistare azioni dei giacimenti petroliferi africani o per stabilire solidi accordi che garantiscano loro l’accesso a questi giacimenti . Lo sviluppo di nuove strategie per proteggere le proprie fonti di approvigionamento petrolifero è una risposta alla sempre maggiore instabilità del Medio Oriente.
Si prevede che in Cina il consumo annuale di petrolio raggiungerà i 300 milioni di tonnellate entro il 2010, oltre metà delle quali dovranno essere importate.
Durante il suo viaggio in Africa nel febbraio del 2004, il presidente cinese Hu Jintao ha richiamato l’attenzione sulla necessità di una più stretta e ampia collaborazione fra Africa e Cina nella ricerca di giacimenti di gas e petrolio. Attualmente, la Cina è il maggiore importatore di petrolio sudanese e i
funzionari cinesi ritengono che il Sudan giungerà presto a soddisfare il 9% del loro fabbisogno complessivo.

Ma il numero di informazioni sullo sviluppo dei rapporti tra Cina ed Africa è, in rete, davvero impressionante e lo scopo di questo articolo è invece quello di invitare a riflettere su un punto più oscuro dell’espansione, ed esportazione mondiale del modello cinese.
Come mai la Cina è riuscita nell’arco di una decina d’anni ad entrare in maniera così radicata nel tessuto sociale africano, là dove altre superpotenze hanno spesso fatto buchi nell’acqua? Non è affatto semplice realizzare attività infrastrutturali in Africa, spesso in territori che sono inadatti per le condizioni climatiche, morfologiche, per l’instabilità delle regioni, e non ultimo, per l’impressionante quantità di ordigni bellici inesplosi presenti sul terreno.
La risposta la si trova analizzando il nostro paese.
I cinesi hanno successo perché i loro prodotti costano pochissimo ed il motivo è che la manodopera che forniscono ha costi bassissimi, che non sono sostenibili da nessun altro concorrente estero.
La domanda successiva è: a quale prezzo?
Facciamo un esempio concreto parlando di Angola:
L'Angola ha l'economia più interessante del continente, è pieno di ferro, bauxite, uranio, oro, caffè oltre che petrolio (due milioni di barili al giorno) ma ha un debito estero di nove miliardi di dollari e una spesa prevista per la ricostruzione dopo 30 anni di guerra che si avvicina ai 35 miliardi di dollari.
Inoltre è al 151esimo posto su 159 nella classifica dei paesi più corrotti.
Il governo di Pechino, come abbiamo detto, acquista dagli stati africani materie prime. Invece di pagarle in contanti ,fornisce alle economie locali una controparte in infrastrutture. A costruire le strade, i ponti o gli ospedali concordati sono, ovviamente, multinazionali cinesi che per ridurre i costi possono addirittura fare uso dei detenuti.
Dove sta il doppio trucco?
Poniamo di essere un galeotto cinese, arrestato in Cina per un reato di opinione contro il Partito Comunista Cinese. Ci viene comunicato che dovremo scontare la nostra prigionia in Angola, compiendo lavori non pagati per una multinazionale del nostro paese.
Così, per cinque anni ci troviamo costretti a vivere e a lavorare gratuitamente in Angola. Poi, trascorso il nostro periodo di detenzione e terminata la nostra condanna, ritorniamo ad essere cittadini liberi, però in Angola, non certo in Cina, in cui ci è fatto addirittura divieto di tornare.
Siamo dunque diventati cittadini angolesi e d’ora in poi la nostra vita sarà in Africa, mettendo in atto un involontario (da parte nostra) processo di neo-colonizzazione del paese.
Dati certi non ne esistono ma fonti vicine alle organizzazioni missionarie spiegano nel 2006 che gli immigrati cinesi dovrebbero essere oltre 600mila su un totale di 15 milioni di abitanti. E molti di questi forzati della migrazione sono proprio detenuti che vengono trasferiti dalle patrie galere ai cantieri edili dell'Angola per onorare i vantaggiosi impegni stipulati dal loro governo.
Ecco allora che oltre ad avere un giro di affari enorme nel paese che più di ogni altro al mondo offre domanda di investimenti grazie ai suoi costi di produzione irrisori, la Cina riesce a porre le basi per un’avanguardia coloniale nascosta, che viene però infiltrata non grazie alla globalizzazione delle culture ma attraverso lo sfruttamento e la negazione dei diritti umani.
Cucù...

Più la Cina è povera, più è ricca. I suoi filosofi possiedono la pietra filosofale. Non sporcano: patinano. Conoscono il segreto per fabbricare oro con il letame.” (Jean Cocteau)

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