venerdì 20 febbraio 2009

Incontro con l’autore: Piero Ricca


L’informazione è il cardine della libertà. Se l’informazione è controllata, allora la libertà è controllata. Questo è stato il tema cruciale dell’incontro di giovedì 12 febbraio, a Santarcangelo, con il giornalista e blogger Piero Ricca.
L’incontro ha spaziato su vari campi: quant’è l’importanza dell’informazione; perché è ingiusto che qualcuno ne abbia il monopolio; qual è la situazione dell’informazione in Italia. E, infine, come possiamo noi comuni cittadini migliorare la nostra informazione. Sviluppando con ordine questi punti, Ricca ha voluto soffermarsi su alcuni concetti che offrono importanti spunti critici: per citare un evento recente, Obama ha vinto le elezioni americane anche tramite la rete, le tv, i giornali. Si è stimato che queste elezioni siano state le più dispendiose di sempre dal punto di vista “pubblicitario”. Obama, scientemente, ha investito su Internet, è andato ospite a programmi tv come il “David Letterman show” insieme al rivale McCain. Tutto questo gli ha portato guadagni d’immagine, gli ha permesso la diffusione su larga scala delle proprie idee politiche. Questo per dire che l’informazione ha un ruolo determinante nelle decisioni che assumiamo.
George Orwell parlava di un Grande Fratello che avrebbe soggiogato tutte le menti controllando l’informazione: chi controlla il presente controlla il passato, chi controlla il passato controlla il futuro. Risulta quindi lampante che l’informazione non può essere proprietà esclusiva di qualcuno. Secondo Ricca in Italia c’è un totale asservimento dell’informazione alla politica e ad altre entità lobbystiche. Ne consegue che l’informazione che ci arriva non è pura, inviolata, bensì filtrata dai direttori dei giornali, o telegiornali, affiliati a questo o quel partito. E che quindi ci fanno sapere ciò che preferiscono. Il mestiere del giornalista, secondo lui, potrebbe benissimo appartenere all’insieme degli antichi mestieri dimenticati, come il maniscalco o «quello che intreccia le sedie col vimini, presenti nelle sagre di ogni paese». Perché c’è anche un difetto nel giornalismo se si è arrivati a questo punto; c’è una sorta di analfabetismo morale: un politico oramai può dire e fare ciò che vuole, sicuro che nessuno lo farà rispondere delle sue affermazioni.
Quello che fa Piero Ricca è questo: interviste vere ai politici. Vere, quindi scomode. La soluzione a questa lenta mitridatizzazione è la rimessa in discussione di noi stessi. Finche ci sarà sudditanza, rassegnazione e indifferenza da parte nostra, saremo noi la casta. Dobbiamo ricominciare da noi stessi, agendo nel piccolo, nelle città, cominciare a pensare che facciamo qualcosa semplicemente perché è giusto: questo è ciò che temono i controllori dell’informazione. Non si può ristabilire l’onestà per legge, siamo noi a dover cambiare mentalità. Quando qualche anno fa un ragazzo di meno di 20 anni si è accorto che era ingiusto pagare i costi di ricarica, e che solo in Italia si pagavano, ha mandato una lettera alla Corte Europea, e una al governo. È finita che i costi di ricarica sono stati aboliti per sollecitazione della Comunità Europea sul nostro governo. Questo è il potere dell’informazione. Se per dire queste cose, tristemente vere ma scomode, Piero Ricca raduna 100 persone e Bruno Vespa 4 milioni a sera, è chiaro che c’è un difetto nel nostro apparato d’informazione. Se Bossi può difendere Napolitano come «garante della costituzione» dopo aver di fatto per anni tentato la secessione, se Mentana può strillare come una vergine violata che Canale 5 non fa informazione, dopo averci lavorato per anni ed essere stato anch’egli servo di quel sistema fraudolento, se l’espressione “questione morale” ci fa venire in mente PD invece di Enrico Berlinguer, se ciascun politico ha potuto strumentalizzare a proprio comodo la dolorosa vicenda di Eluana, se ci facciamo intontire da questo “allarme stupri” da parte dei clandestini invece di pensare a perché e come arrivano in Italia, ma soprattutto se non ci accorgiamo che i nostri parlamentari (la maggior parte inquisiti o addirittura condannati) si stanno lentamente immunizzando, ci stanno togliendo la possibilità di votarli, stanno distruggendo uno stato già allo stremo delle forze, distraendoci quotidianamente con falsi problemi, allora è il caso di fermarsi un attimo.
Aristotele sosteneva che l’oligarchia fosse una forma di governo degenerativa, nella quale una ristretta classe di aristocratici corrotti amministrava il potere per i propri interessi…filosofia o triste profezia? In attesa di saperlo, abbiamo l’obbligo di stare attenti ad ogni dichiarazione, ad ogni legge illegittima, ad ogni tentativo politico di modificare la costituzione nelle sue fondamenta. Insomma, dobbiamo vigilare su noi stessi, sul nostro diritto ad un’informazione libera e sulla nostra libertà.

mercoledì 4 febbraio 2009

Africa made in China


E’ un binomio che all’apparenza fa sorridere, quello tra Cina ed Africa. Si è abituati a pensare all’Africa come colonia di paesi come Gran Bretagna e Francia, ci si ricorda delle grandi influenze avute da Germania, Portogallo, Italia e Belgio e negli ultimi anni ci si è accordi della presenza sempre più imponente degli Stati Uniti con la politica della vecchia amministrazione Bush.
Pochi però riescono ad immagine la Cina come nuovo soggetto interessato ad un neo-colonialismo in terra d’Africa.
Eppure, basta scavare un pò per trovare un sacco di informazioni che raccontano di un ruolo cinese sempre più di primo piano nella questione africana.
Se nel 1999 il volume degli scambi era di 5,6 miliardi di dollari, ora la Cina è, secondo fonti del parlamento europeo, il terzo partner commerciale dell’Africa ed intende portare entro il 2010 il valore di questi scambi ad una cifra pari a 100 miliardi di dollari.
Oggi in Africa i cinesi costruiscono di tutto: strade, dighe, centrali elettriche, oleodotti, ed intuirne il motivo non è poi così difficile.
Il Sole 24 Ore, nel novembre del 2008, pubblicava un articolo in cui raccontava di duemila tecnici cinesi pronti a sbarcare in Algeria per accelerare i lavori per la costruzione della mega autostrada che percorrerà i 1200 km della costa algerina collegando Tunisia e Marocco. L’annunciato arrivò dall'ambasciatore della Cina in Algeria, Liu Yuhe che si ritrovò a dichiarare:
“Stiamo completando le procedure amministrative per l'arrivo dei 2 mila tecnici, che si aggiungeranno alle migliaia di cinesi già impiegati nella realizzazione di opere pubbliche nel paese maghrebino, e che permetteranno di accelerare e migliorare il lavoro nei cantieri di viadotti e tunnel a Boumerdes e Bouira, in Cabilia”.
Con circa 30 mila persone, quella cinese è la più grande comunità straniera in Algeria.
Le finalità sono le stesse che hanno spinto per secoli le potenze straniere a mettere l’occhio sul continente africano.
L’Africa è il più grande fornitore di materie prime al mondo. Diversi economisti sostengono che circa il 30% delle riserve minerarie e metallifere si trovino nel continente africano nonostante quest’ultimo non esporti a livello mondiale. Zambia, Repubblica Democratica del Congo e Sudafrica sono i maggiori fornitori del rame presente nel mercato mondiale ; Sudafrica e Namibia dell’uranio ; Sudafrica, Zimbawe e Botswana del nichel e del cobalto ; Guinea e Ghana della bauxite ; Repubblica Democratica del Congo , Rwanda e Uganda del molibdeno, tantalio e niobio ; Sudafrica, Liberia e Mauritania del ferro.
E guai a dimenticare il petrolio. La spettacolare crescita economica registrata dalla Cina a partire dal 1979 non potrà essere mantenuta ancora a lungo se Pechino non riesce a garantirsi una maggiore sicurezza di approvvigionamenti energetici e di beni primari. La ricerca globale di petrolio ha lo scopo specifico di “mettere sotto chiave i barili” direttamente alla loro fonte. I cinesi non hanno alcuna intenzione di rimanere ostaggio dei capricci del mercato internazionale del petrolio. Per questo motivo stanno aumentando gli sforzi per acquistare azioni dei giacimenti petroliferi africani o per stabilire solidi accordi che garantiscano loro l’accesso a questi giacimenti . Lo sviluppo di nuove strategie per proteggere le proprie fonti di approvigionamento petrolifero è una risposta alla sempre maggiore instabilità del Medio Oriente.
Si prevede che in Cina il consumo annuale di petrolio raggiungerà i 300 milioni di tonnellate entro il 2010, oltre metà delle quali dovranno essere importate.
Durante il suo viaggio in Africa nel febbraio del 2004, il presidente cinese Hu Jintao ha richiamato l’attenzione sulla necessità di una più stretta e ampia collaborazione fra Africa e Cina nella ricerca di giacimenti di gas e petrolio. Attualmente, la Cina è il maggiore importatore di petrolio sudanese e i
funzionari cinesi ritengono che il Sudan giungerà presto a soddisfare il 9% del loro fabbisogno complessivo.

Ma il numero di informazioni sullo sviluppo dei rapporti tra Cina ed Africa è, in rete, davvero impressionante e lo scopo di questo articolo è invece quello di invitare a riflettere su un punto più oscuro dell’espansione, ed esportazione mondiale del modello cinese.
Come mai la Cina è riuscita nell’arco di una decina d’anni ad entrare in maniera così radicata nel tessuto sociale africano, là dove altre superpotenze hanno spesso fatto buchi nell’acqua? Non è affatto semplice realizzare attività infrastrutturali in Africa, spesso in territori che sono inadatti per le condizioni climatiche, morfologiche, per l’instabilità delle regioni, e non ultimo, per l’impressionante quantità di ordigni bellici inesplosi presenti sul terreno.
La risposta la si trova analizzando il nostro paese.
I cinesi hanno successo perché i loro prodotti costano pochissimo ed il motivo è che la manodopera che forniscono ha costi bassissimi, che non sono sostenibili da nessun altro concorrente estero.
La domanda successiva è: a quale prezzo?
Facciamo un esempio concreto parlando di Angola:
L'Angola ha l'economia più interessante del continente, è pieno di ferro, bauxite, uranio, oro, caffè oltre che petrolio (due milioni di barili al giorno) ma ha un debito estero di nove miliardi di dollari e una spesa prevista per la ricostruzione dopo 30 anni di guerra che si avvicina ai 35 miliardi di dollari.
Inoltre è al 151esimo posto su 159 nella classifica dei paesi più corrotti.
Il governo di Pechino, come abbiamo detto, acquista dagli stati africani materie prime. Invece di pagarle in contanti ,fornisce alle economie locali una controparte in infrastrutture. A costruire le strade, i ponti o gli ospedali concordati sono, ovviamente, multinazionali cinesi che per ridurre i costi possono addirittura fare uso dei detenuti.
Dove sta il doppio trucco?
Poniamo di essere un galeotto cinese, arrestato in Cina per un reato di opinione contro il Partito Comunista Cinese. Ci viene comunicato che dovremo scontare la nostra prigionia in Angola, compiendo lavori non pagati per una multinazionale del nostro paese.
Così, per cinque anni ci troviamo costretti a vivere e a lavorare gratuitamente in Angola. Poi, trascorso il nostro periodo di detenzione e terminata la nostra condanna, ritorniamo ad essere cittadini liberi, però in Angola, non certo in Cina, in cui ci è fatto addirittura divieto di tornare.
Siamo dunque diventati cittadini angolesi e d’ora in poi la nostra vita sarà in Africa, mettendo in atto un involontario (da parte nostra) processo di neo-colonizzazione del paese.
Dati certi non ne esistono ma fonti vicine alle organizzazioni missionarie spiegano nel 2006 che gli immigrati cinesi dovrebbero essere oltre 600mila su un totale di 15 milioni di abitanti. E molti di questi forzati della migrazione sono proprio detenuti che vengono trasferiti dalle patrie galere ai cantieri edili dell'Angola per onorare i vantaggiosi impegni stipulati dal loro governo.
Ecco allora che oltre ad avere un giro di affari enorme nel paese che più di ogni altro al mondo offre domanda di investimenti grazie ai suoi costi di produzione irrisori, la Cina riesce a porre le basi per un’avanguardia coloniale nascosta, che viene però infiltrata non grazie alla globalizzazione delle culture ma attraverso lo sfruttamento e la negazione dei diritti umani.
Cucù...

Più la Cina è povera, più è ricca. I suoi filosofi possiedono la pietra filosofale. Non sporcano: patinano. Conoscono il segreto per fabbricare oro con il letame.” (Jean Cocteau)

sabato 31 gennaio 2009

Rete vs carta

Riprendiamo un articolo di Peter Gomez pubblicato ieri sul suo blog perchè ci sembra doveroso dare una speranza a tutti quei lettori on-line che sono a conoscenza del fatto che a volte i giornali non facciano il loro lavoro e cioé una corretta informazione. Buona lettura!

Qualcosa di straordinario sta accadendo in questi giorni. Per la prima volta la rete e la sua "memoria" rischiano di scalfire seriamente il paludato mondo dell'informazione italiana. Per un giorno e mezzo le pagine web dei commenti di Corriere della Sera e della Repubblica sono state intasate da centinaia e centinaia di messaggi di lettori indignati per il modo con cui era stata seguita dai due quotidiani la manifestazione di piazza Farnese. Solo uno sciocco potrebbe dire che si trattava esclusivamente di sostenitori di Di Pietro decisi ad assediare con le loro proteste le redazioni dei giornali. Certo, tra di loro i dipietristi non mancavano. Ma la verità è un'altra. Anche in Italia esiste ormai un pubblico nuovo che cerca d'informarsi attraverso la rete.

I giornali scrivono che Di Pietro ha attaccato Napolitano dandogli del mafioso? Si va sul web, si rivede il suo intervento. E ci si fa un'opinione.

All'improvviso il re resta nudo. La realtà non è più mediata. È immediata. Ciascuno può giudicare, almeno per quanto riguarda eventi pubblici come questi, se i cronisti hanno riportato fedelmente i fatti, o meno. Se gli opinionisti ragionano sulla realtà o su quella che loro vorrebbero essere la realtà.

Rispetto a questa rivoluzione le classi dirigenti del Paese sembrano vecchie di molti secoli. Del resto proprio i quotidiani ieri ci hanno spiegato che Napolitano aveva deciso di replicare con un comunicato a Di Pietro dopo aver letto i dispacci delle agenzie su quanto stava accadendo in piazza. È stato lì, su un take di agenzia, che lo staff del Presidente ha trovato la prima ricostruzione sbagliata degli avvenimenti (la frase sul «silenzio mafioso» veniva impropriamente accostata ad altre). Ed è stato in quel momento che è scattata la reazione. Un corto circuito mediatico, insomma, facilitato dall'ormai evidente avversione del Quirinale per le voci che cantano fuori dal coro Pd-Pdl, ma pur sempre un corto circuito.

La stampa su tutto questo deve riflettere. I quotidiani sono in crisi, perdono copie ogni giorno, mentre le loro pagine web doppiano ormai come diffusione quelle di carta. Prendere sotto gamba il popolo della rete insomma è pericoloso. Anche perché la pubblicità, vera linfa vitale dei media, è destinata a spostarsi sempre più su internet. E in futuro vicinissimo le vere battaglie per la conquista del mercato si giocheranno lì.

Quello che è accaduto negli Usa, dove Obama ha raccolto attraverso il web milioni e milioni di dollari per la sua campagna elettorale e dove giornali dalla storia centenaria rischiano di chiudere, è un segnale di quanto avverrà da noi. Quello che è successo con gli articoli su piazza Farnese è invece un monito per molti giornalisti che dovrebbero ricominciare a ricordare di avere un solo padrone: il lettore.

Video consigliati:
L'intervento di Di Pietro

Sondaggio:
su Micromega

Articoli esempio (fate caso ai commenti):
Corriere
La repubblica
L'Unità
La stampa

Fonti: www.voglioscendere.ilcannocchiale.it

lunedì 12 gennaio 2009

Il boomerang di Gaza

Riportiamo un articolo del 2 volte premio Pulitzer Nicholas D. Kristof pubblicato qualche giorno fa sull'International Herald Tribune.
Racconta, secondo noi in maniera molto chiara, l'errore strategico, morale, politico e prima di tutto umano che ha portato alla tragedia che si sta consumando in questi giorni a Gaza, dove secondo le ultime stime si sono superate le 900 vittime civile tra i palestinesi.

Inoltre, ci piacerebbe invitarvi a guardare delle immagini pubblicate dal sito di Repubblica.
Crediamo che qualunque telegiornale che volesse davvero raccontarci cosa sta accadendo in questa ennessima guerra, dovrebbe soltanto lasciar scorrere queste immagini per mezzo minuto come primo servizio.
Non lo diciamo per farci portatori di un facile moralismo spicciolo, ma perchè crediamo che le occorra dare il giusto significato alle parole e queste immagini sono il giusto significato di "Guerra a Gaza"...anzi....di guerra in generale....Cucù!

Vi avvisiamo che le immagini sono VERAMENTE molto forti e quindi guardatele solamente se potete accettare di restare molto impressionati.

Link alle immagini


Il boomerang di Gaza
(di N.D.Kristof)

Nel momento in cui Israele bombarda Gaza per tentare di distruggere Hamas, vale la pena ricordare che è stato Israele stesso a favorire lo sviluppo di Hamas.
Quando Hamas fu fondata nel 1987, Israele era per lo più preoccupata del movimento Fatah di Yasser Arafat e pensò che una organizzazione religiosa palestinese avrebbe aiutato a indebolire Fatah. Israele calcolò che tutti quei fondamentalisti musulmani avrebbero passato il loro tempo a pregare nelle moschee, così diede un giro di vite a Fatah e permise a Hamas di crescere come forza alternativa.

Ciò a cui assistiamo in Medio Oriente è la sindrome del boomerang.
Il terrorismo arabo ha creato supporto per i politici israeliani di destra, che hanno reagito duramente contro i palestinesi, che a loro volta hanno risposto con altro terrorismo, e così via. Gli estremisti di entrambe le parti si sostengono a vicenda e l’eccessivo assalto terrestre di Israele a Gaza creerà verosimilmente altri terroristi nel lungo periodo.

Se questo schema continuerà, col tempo assisteremo allo scontro tra palestinesi in stile Hamas e israeliani sostenitori della linea dura, che renderanno le rispettive vite un inferno – e lasceranno i moderati del Medio Oriente privi di qualunque peso politico.
Ho visitato Gaza l’estate scorsa ed ho trovato molti palestinesi indecisi in un modo che Americani ed Israeliani spesso non comprendono.
Molti abitanti di Gaza descrivono Fatah come corrotta ed incompetente, e non amano il fanatismo e la repressione di Hamas. Ma quando vengono umiliati e fatti soffrire, trovano grande soddisfazione nel vedere Hamas combattere per la loro causa

Certo, Israele è stato provocato profondamente in questa occasione. Ha chiesto una proroga del suo cessate il fuoco con Hamas – e l’Egitto si è offerto di mediare – ma Hamas ha rifiutato. Quando viene bombardato dal proprio vicino, Israele deve fare qualcosa.

Ma il diritto di Israele di fare “qualcosa”, non significa che abbia il diritto di fare “qualsiasi cosa”. Da quando sono iniziati i bombardamenti da Gaza, nel 2001, i civili israeliani che hanno perso la vita a causa di razzi e mortai palestinesi sono 20, secondo dati provenienti da gruppi israeliani per i diritti umani. Ciò non può giustificare una invasione di terra senza esclusione di colpi che ha ucciso oltre 660 civili [ora sono oltre 900 n.d.r.] (è difficile sapere quanti di loro poi siano effettivamente militanti).

Quindi, cosa avrebbe potuto fare Israele di ragionevole?
Bombardare le gallerie attraverso le quali vengono contrabbandate le armi sarebbe stata una risposta adeguata , se Israele si fosse fermato lì, e lo stesso vale per le incursioni aeree su alcuni obiettivi di Hamas.
Un approccio ancora migliore sarebbe stato quello di allentare l’assedio di Gaza, creando forse così un ambiente in cui Hamas avrebbe esteso il cessate il fuoco. Sarebbe di certo valsa la pena provare - e quasi qualunque cosa sarebbe stato meglio che attaccare in un modo che non farà altro che aumentare l’effetto boomerang.

Questa politica non sta affatto rafforzando Israele”, osserva Sari Bashi, direttore esecutivo di Gisha, un’associazione israeliana per i diritti umani che si occupa dei problemi relativi a Gaza. “Il dramma a cui 1,5 milioni di persone sono state sottoposte a Gaza avrà disastrosi effetti a lungo termine sulla nostra capacità di vivere insieme.
Una mia collega di Gaza lavora per una organizzazione israeliana. Sta imparando l’ebraico ed è proprio il tipo di persona con cui possiamo costruire un futuro comune. E suo nipote di 6 anni, ogni volta che una bomba cade dal cielo, all’inizio è spaventato poi dice – speranzoso – che forse ora le Brigate Qassam spareranno razzi agli israeliani”.

La strategia degli israeliani è stata quella di rendere perpetua la sofferenza dei palestinesi nella speranza di creare una sorta di avversione nei confronti di Hamas. Ecco perché, a partire dal 2007, Israele ha ridotto il carburante concesso a Gaza per gli usi più comuni – ed è il motivo per cui oggi, nel periodo successivo ai bombardamenti, 800.000 cittadini di Gaza si ritovano senza acqua corrente.

Bashi ha detto: “La politica israeliana riguardo Gaza è stata spacciata come mirata contro Hamas, ma in realtà è una politica contro un milione e mezzo di persone che vivono a Gaza. Sappiamo tutti che la soluzione più plausibile per il medio oriente è una soluzione a due stati, sulla falsariga di ciò che propose l’ex presidente Bill Clinton. E’ difficile dire come si possa arrivare a questa soluzione dal punto in cui ci troviamo ora, ma un passo cruciale è rafforzare il presidente Mahmous Abbas e il suo governo palestinese.
I primi rapporti ci dicono invece che gli assalti su Gaza hanno rafforzato la rabbia degli arabi nei confronti di Abbas e dei vicini moderati come la Giordania, minando la riconciliazione.
Taghreed el-Khodary, un mio coraggioso collega del NYT a Gaza, ha riportato le parole di un padre di 37 anni, che piangeva sul cadavere di sua figlia undicenne: “Da ora in poi, sono in Hamas. Scelgo la resistenza!

Barack Obama ha detto relativamente poco su Gaza. In un primo momento, date le provocazioni da parte di Hamas, questo atteggiamento era comprensibile. Ma ora che l’offensiva di terra costa altre numerose vite, deve unirsi alla richiesta dei leader Europei di un nuovo cessate il fuoco su tutti i fronti – e appena assunta la presidenza , deve fornire una vera leadership che il mondo richiede con insistenza.

Aaron David Miller, un negoziatore di pace degli Stati Uniti impegnato per molto tempo in Medio Oriente, suggerisce nel suo nuovo eccellente libro “The Much Too Promised Land” (“La Terra troppo promessa”) che i presidenti dovrebbero offrire ad Israele “amore, ma un amore severo”.

Quindi, Mr.Obama, trovi la sua voce. Si innamori, ma con severità, di Israele.

Fonti:
Articolo originale: http://www.iht.com/articles/2009/01/08/opinion/edkristof.php

mercoledì 7 gennaio 2009

L'Arsenale della Pace


Il Ser.Mi.G. (Servizio Missionario Giovani) è nato a Torino nel 1964.Dal 1983 la sua sede è l’ex arsenale militare di Torino, ora Arsenale della Pace, una superficie di quarantamila metri quadrati aperto 24 ore su 24. Da allora grazie ad Ernesto Olivero che ispirato da un passo del profeta Isaia (“Le armi si trasformeranno in strumenti di lavoro”) ha fondato l’Arsenale della Pace in quel luogo si creano pace e solidarietà. Il Sermig ospita ogni giorno circa 2'000 persone, aiuta i meno fortunati, i missionari ed invia aiuti umanitari a 89 Paesi in tutto il mondo. Altri due arsenali sono stati fondati in Brasile e Giordania rispettivamente nel 1996 e nel 2003. Nel Sermig vivono monaci e monache, coppie, famiglie ma soprattutto giovani, che si recano ogni giorno volontari per aiutare coloro che vivono in questa realtà. La forza straordinaria di questo arsenale sta nel vedere i problemi del mondo come qualcosa che si può vincere con l’impegno. Un esempio che si potrebbe fare è quello della fame del mondo, sconfiggerla sembra un obiettivo irrealizzabile. I 30'000 morti di fame al giorno non sono certo facili da nutrire, però guardando la questione in un ottica diversa già la cosa si semplifica, infatti contando che al mondo siamo 6'600'000'000 (secondo le stime del 2007/2008) le persone che ogni giorno muoiono di fame sono 1 ogni 220'000. A me sembra che la cosa detta così cambi radicalmente. Questo è uno degli aspetti su cui al Sermig insistono particolarmente con tutti i gruppi di giovani che recano servizio presso di loro, evitare gli sprechi è importantissimo. Sul sito dell’arsenale ( http://www.giovanipace.org/ ) troverete tutte le loro iniziative che potrebbero essere anche dalle vostre parti per chi abitasse troppo lontano da Torino, anche se durante la mia permanenza c’erano anche dei napoletani tra i giovani presenti. Vi consiglio con tutto me stesso questa esperienza perché la sensazione che ho provato, oltre a quella di fare il mio dovere per aiutare gli altri è di aver appreso molte cose; cose che per esempio un giovane che sarà addetto alle risorse idriche del proprio paese, sindaco, o parlamentare dovrebbe sapere, perché se anche la fame nel mondo continuerà ad esserci, almeno si evitino gli sprechi che nei nostri stati ricchi abbondano, perche anche questo natale, secondo le stime anche se la spesa media pro-capite si è ridotta del 20% a 200€ e gli stessi dati dicono che il 65% del cibo del cenone è stato sprecato. È quantomeno una questione di giustizia.

Siti consigliati: | http://www.giovanipace.org/ | http://www.sermig.org/ |
Fonti: | http://www.giovanipace.org/ | www.wikipedia.it |

lunedì 24 novembre 2008

Scuola crollata nel torinese



Siamo di fronte ad un fatto del quale non avremmo voluto testimoniare: la morte di un ragazzo diciassettenne avvenuta a scuola. Morto non per atti di bullismo. Morto non per aver tentato di fare azioni non lecite. Morto non perché si drogava o fumava sostanze strane. Perché abbiamo sentito anche di questo, ma non è il caso. Morto solo per il fatto di essere andato a scuola. Quella scuola fatiscente, crollata al primo acquazzone di Novembre. Ma vediamo cosa è successo. Era sabato mattina. Fuori pioveva, tirava un forte vento, come accade da qualche giorno lì a Torino. Pochi minuti dopo mezzogiorno si sente improvvisamente sbattere la porta dell’aula IV G, aperta violentemente dal vento, e un istante dopo avviene il crollo; cede il soffitto, cadono calcinacci da tutte le parti, i più rapidi escono dai loro posti. Vito no. Vito rimane in quell’aula, schiacciato a morte da un tubo di 60 chili crollatogli addosso. Intanto l’aula comincia ad allagarsi. Evacuati tutti, vengono chiamati i soccorsi. Prontamente arrivano sul posto i Vigili del Fuoco e l’ambulanza, con i medici che non possono fare altro che constatare il decesso del giovane. E portare al pronto soccorso gli altri alunni feriti, per fortuna non in pericolo di vita. Chiaramente si alza subito un polverone mediatico sulle cause e sulle responsabilità. A oggi, due giorni dopo, non si è ancora chiarito di cosa si sia trattato, ma i Vigili del Fuoco sono convinti che sia stato un cedimento strutturale, aiutato dal maltempo. Proporrei di prendere in esame le dichiarazioni fatte dai nostri, si fa per dire, rappresentanti politici. Il primo è Berlusconi, che con il suo consueto savoir faire parla di fatalità. Molto rassicurante per i familiari sentirsi dire che, in pratica, loro figlio ha avuto sfiga. Poi, col buonsenso che lo contraddistingue, interviene Dario Franceschini, il secondo di Veltroni, rilasciando all’Ansa una dichiarazione nella quale scagiona il Governo Berlusconi da ogni responsabilità, ma dice che “certo, con la riforma Gelmini che taglia i fondi…”. Ora, a parte il comprensibile stupore nel notare che il primo a difendere il Governo in carica è un membro dell’opposizione, senza che peraltro nessuno avesse detto niente, ci si chiede perché debba essere strumentalizzata la morte di un povero ragazzo per fini politici. Chi scrive ha già esposto la sua idea in merito alla riforma Gelmini, ma sono sicuro che non sia un buon momento per parlarne. Se la riforma non ci fosse stata la scuola sarebbe crollata lo stesso. Qui si parla di gestioni precedenti, tagli effettuati in anni passati, e io non mi metto a fare polemica inutile, non adesso almeno, col corpo del povero Vito Scafidi ancora caldo. Interverranno gli organi preposti, i tribunali, a fare luce. Io voglio solo mostrare con quanto dannoso cinismo si parla di queste tragiche vicende. In questi momenti tornano sempre alla mano i numeri. Secondo il Codacons il 75% degli edifici scolastici è a rischio. Per parafrasare quanto detto da Berlusconi, a questo punto non ha avuto sfortuna Vito Scafidi, hanno fortuna gli altri, se solo una scuola su 4 è a norma. Non so quali siano i criteri di giudizio adottati dal Codacons, ma un fatto è inopinabile, testimoniato dall’intervista di un professore di matematica del liceo Darwin: il soffitto risaliva agli anni Trenta. Mercedes Bresso, presidente della regione Piemonte, casca improvvisamente dalle nuvole, affermando che nulla lasciava presagire quella tragedia. Non so se consigliarle un oracolo o pensare che stesse scherzando. Questi gravi incidenti vanno a sommarsi a quelli dei morti sul lavoro. Lavoro e studio sono diritti garantiti dalla Costituzione, ma su entrambi è meglio calare un velo pietoso. Se già è brutale far morire delle persone bruciate vive per non comprare le ricariche degli estintori, ancora più brutale è uccidere un ragazzo di 17 anni, che come unica colpa ha quella di voler studiare. E peggio ancora è parlarne come se fosse normale, come se fosse uno smacco politico, come se Vito Scafidi fosse soltanto un futuro elettore, un numero, un dato statistico. Non un ragazzo di 17 anni con una vita ancora da vivere. Il mio invito si limita a questo, sperando che per una volta si sappia mettere da parte le ideologie e ci si possa unire nel cordoglio per la famiglia vittima di questa triste vicenda. Andando poi, ma solo poi, a punire in modo equo i responsabili, senza strumentalizzazioni.
Fonti:
http://www.youreporter.it/ http://www.oknotizie.alice.it/ http://www.repubblica.it/ http://www.corrieredellasera.it/
Video consigliati:Prof di matematica:
Presidente regione Piemonte:

sabato 15 novembre 2008

Genova (Mexico)

Triste. Davvero triste.
Ho sempre seguito con attenzione i fatti accaduti al G8 di Genova nel 2001 e la sentenza di 2 giorni fa mi ha profondamente deluso.
Sono state scritte migliaia di pagine di testimonianze di persone che hanno vissuto quella terribile esperienza, quei momenti in cui hanno scoperto a che punto si può spingere la cattiveria consapevole dell’uomo. Ne ho lette tante e a volte sono riuscito a stento a trattenere le lacrime. Sono moltissimi i conti che non tornano e nonostante ciò a pagare sono solamente 13 agenti dei 29 sotto processo; da notare che quello con la pena più alta (4 anni, ridotta ad 1 con l’indulto) è Michelangelo Fournier, l’unico che un anno fa ha lacerato il silenzio raccontando che l’episodio avvenuto nella scuola Diaz "Sembrava una macelleria messicana" (testuali parole).
Sempre lui ha confessato al pm Francesco Cardona Albini: "Durante le indagini non ebbi il coraggio di rivelare un comportamento così grave da parte dei poliziotti per spirito di appartenenza. Arrivato al primo piano dell'istituto ho trovato in atto delle colluttazioni. Quattro poliziotti, due con cintura bianca e gli altri in borghese stavano infierendo su manifestanti inermi a terra. Sembrava una macelleria messicana. Sono rimasto terrorizzato e basito quando ho visto a terra una ragazza con la testa rotta in una pozza di sangue. Pensavo addirittura che stesse morendo. Fu a quel punto che gridai: 'basta basta' e cacciai via i poliziotti che picchiavano. Intorno alla ragazza per terra c'erano dei grumi che sul momento mi sembrarono materia cerebrale. Ho ordinato per radio ai miei uomini di uscire subito dalla scuola e di chiamare le ambulanze".

Un’altra testimonianza è offerta dal vice questore Pasquale Troiani (condannato a 3 anni): "Una leggerezza. Fu una leggerezza portare nella scuola Diaz le due molotov per incastrare i 93 no-global ospiti dell'istituto. Oggi forse non ripeterei quello che ora forse ritengo un errore, e cioè essermi recato là".

A peggiorare la situazione e la disumanità dei fatti è la testimonianza dei medici e degli infermieri che hanno accolto i feriti provenienti dalla scuola Diaz, i quali affermano che alcuni poliziotti si presentarono in ospedale con l’intenzione di portare via i feriti perché fossero trasferiti nella caserma di Bolzaneto; solo una “catena umana” di dottori ed infermieri ha potuto impedire che questo accadesse, le condizioni fisiche di alcuni dei feriti erano davvero al limite e l’assenza immediata di cure avrebbe potuto significare la morte.

Altra questione, legata agli abusi di Genova è la caserma di Bolzaneto. All’arrivo ciascun detenuto si vedeva intestare il relativo verbale. E via, chiuso in cella, costretto a restare per ore con le mani alzate. Insultato, minacciato, ancora picchiato. Accecato con i gas lacrimogeni gettati tra le sbarre. Spogliato, deriso, con gli agenti che mimavano atti sessuali. Senza distinzione tra detenuti maschi o femmine. Ma ufficialmente, secondo i verbali, i fermati non avevano paura e preferivano non parlare con l'esterno. Il falso, certificato dal perito Laura Parodi, è oggettivamente distinguibile anche ad occhio nudo. In 49 casi è stato usato un modello pre-compilato, in 17 un altro. In questi che i pm ricordano essere atti redatti da pubblici ufficiali, ci sono poi alcuni strafalcioni grotteschi.

Dulcis in fundo il dialogo registrato tra una poliziotta della Centrale Operativa ed un collega: "Ma guarda che io dalle 7 di ieri e di oggi sono stato in servizio fino alle 11, quindi... ho visto tutti 'sti balordi queste zecche del cazzo... comunque...speriamo che muoiano tutti...Tanto uno già va beh e gli altri... 1-0 per noi".
L’uno a zero di cui parla è Carlo Giuliani.

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Fonti:
www.corriere.it | www.repubblica.it | www.ansa.it | internazionale

martedì 11 novembre 2008

Il sogno italo-americano

E’ difficile scrivere un articolo non banale sulle elezioni americane appena terminate, perché è stato detto tutto ed il contrario di tutto, è stato analizzato ogni più piccolo significato e dato un simbolismo ad ogni evento.
Tutti, sia i sostenitori che gli avversari di Barack Obama, sono concordi nell’affermare che il 4 novembre 2008 è una data che entrerà nei libri di storia perché chiude il cammino di un cerchio d’inchiostro cominciato con le prime battaglie di Martin Luther King per la realizzazione di quel sogno così tanto ripetuto e cercato per cui “tutti gli uomini, i neri tanto quanto i bianchi, avrebbero goduto dei principi inalienabili della vita, della libertà e del perseguimento della felicità.” (1)
Questo ovviamente non vuol dire che da ieri sera il razzismo è scomparso dalla faccia della Terra ed improvvisamente siamo tutti felicemente diversamente uguali, ma un grosso tabù è stato abbattuto dal paese che più di ogni altro avverte da decenni il senso di colpa e responsabilità per il permeare di questo mal sentimento nei tessuti della propria società.
Ciò che però colpisce della vittoria di Obama è quanto essa sia stata cercata al di fuori degli Stati Uniti.
Tutto il mondo si è come aggrappato a questa elezione quasi che il successo di Obama fosse un soffio di novità e speranza anche per noi europei che non abbiamo votato e non saremo governati da nessun inquilino della Casa Bianca.

Si è concesso poco peso ad una riflessione su questo tema, ma basta guardare le reazioni dei media mondiali all’indomani dell’elezione di Obama per capire quanto l’interesse per il nuovo presidente sia sentito come mai prima nella storia recente degli Stati Uniti, e questo è un dato che va al di là del semplice fatto che il successore di quello che un italiano su 60 milioni definisce “un gigante della storia” e 4 americani su 5 la caricatura di un presidente, ha la pelle di un colore diverso da quello dei suoi 43 predecessori.
La massima espressione di questa voglia europea di sentirsi partecipi al cambiamento americano concretizzatosi lo scorso 4 novembre l’abbiamo avuta ad ottobre, quando Barack Obama, in piena campagna elettorale, tenne una serie di comizi nei principali paesi del vecchio continente ritrovandosi a Berlino di fronte ad una folla di oltre 200.000 persone. In quell’occasione il futuro presidente disse: ”L'America non può isolarsi, l'Europa neanche. E' arrivato il momento di costruire nuovi ponti, di abbattere i Muri che dividono popoli e razze.”

E l'Italia?
Cosa ne pensano gli italiani del nuovo american-idol?
Nella nostra classe politica è evidente il mesto tentativo di dipingersi addosso un vestito in Obama-style che però si rompe ad ogni movimento.
L’attuale capo dello schieramento avverso alla maggioranza ha addirittura adottato in campagna elettorale l’ormai famoso “Yes we can” rimestandolo in un più sobrio “Si può fare”.
Ma come abbiamo visto…non si poteva proprio fare.
Su Berlusconi invece il copione è il solito. Per i suoi sostenitori, lui, quando era giovane, è già stato Obama.
Il fatto è che gli italiani sanno benissimo che un simil-Obama non c'è e non può esserci tra le nostre schiere di politici perché è il sistema politico italiano ad essere auto-esclusivo per potenziali Obama dello stivale. Questo ha scatenato voglia di partecipazione ed interesse negli elettori italiani, che hanno visto nella sfida per le presidenziali americane la novità di una intera generazione che per la prima volta si apprestava ad esprimere il proprio parere certa del peso che il voto avrebbe rappresentato, una sensazione che noi non sentiamo da parecchi anni ormai.
La differenza sta nel dover scegliere tra il meno peggio o doversi esprimere per il proprio futuro.
Un sondaggio di Repubblica, che chiedeva agli italiani come si sarebbero espressi se anche loro avessero potuto recarsi alle urne il 4 novembre, ha ricevuto 58.279 voti. Obama ha vinto con il 94% delle preferenze (55.031) mentre Jhon Mc Cain si è dovuto accontentare del 4% (2.521).
Ma se potessero farlo davvero, gli italiani voterebbero un presidente come Barack Obama?
E’ di pochi giorni fa infatti la frecciata del sempre simpatico Massimo D’Alema che ha dichiarato: “In Italia il figlio di un immigrato Keniota sarebbe ancora a fare la fila per il permesso di soggiorno. In America invece diventa presidente”
Sicuramente questo governo, con tutta una serie di provvedimenti proposti che vanno dalle famose impronte digitali ai bambini rom arrivando alle classi separate per gli stranieri, sta dando un’impronta alla propria legislatura che tutto si può definire fuorché di integrazione.
Episodi di violenza inaudita come l’omicidio di William Guibre, il ragazzo originario del Burkina Faso ucciso lo scorso mese a Milano per aver rubato una scatola di biscotti, o altri casi di intolleranza avvenuti in città come Parma, Roma, Ciampino e Castel Volturno contribuiscono a dare dell’Italia un’immagine di paese che ha innestato la retromarcia sui diritti civili dei propri cittadini e di coloro che entrano come immigrati.
Lo sostengono tutti, dalla Spagna alla Germania, passando dalla Francia fino ad arrivare agli Stati Uniti; proprio nello scorso mese di ottobre il New York Times usciva con un articolo dal titolo: “Italy’s Attacks on Migrants Fuel Debate on Racism” (Trad: "L'attacco italiano agli immigrati getta benzina al dibattito sul razzismo") .
Certo non ci aiutano gli apprezzamenti di Don Black, l’attuale capo del più grande movimento “Potere bianco” degli Stati Uniti (il nuovo Ku Klux Klan) che in una intervista a Repubblica ha dichiarato: “Ci piace il vostro Paese: c'è molta eccitazione sul nostro sito per quello che sta succedendo da voi, siete i primi e a reagire a dimostrare che non vi fate sottomettere dagli immigrati.”(2)

Sicuramente, un aumento dell’insicurezza e dell’intolleranza è dovuto anche ad una situazione di instabilità economica che l’Italia soffre da ben prima della crisi mondiale dell’economia (noi in questo siamo stati più che precursori) e questo fa capire perché per molti di noi italiani l’elezione di Obama viene vissuta come “cosa nostra”, con un interesse che non è paragonabile con nessuna delle precedenti consultazioni della storia estera recente.
Voglio portare un esempio di quanto questa crisi sia concretamente percepita come “mondiale” dalle persone comuni.
Parliamo dell’SCM, la più importante industria della provincia riminese.
E dell’inizio del mese la notizia che i dirigenti dell’SCM hanno chiesto la cassa integrazione per 220 dipendenti su 400 (pare si scenderà a 165), 160 operai e 60 impiegati: saranno sospesi a zero ore o a rotazione.
La richiesta prevede un periodo di dieci settimane e in questi giorni sono in corso le solite trattative con i sindacati.
Ma si tratta solo dell’esempio più eclatante.
Cattive notizie arrivano anche dalla Top automazioni di Poggio Berni, per 35 dipendenti, e un'industria chimica, la Sicer, per 25 dipendenti. Alla Maroncelli legnami è in arrivo la mobilità per 19 persone.
I sindacati la definiscono una crisi, per la prima volta, davvero trasversale. E non ne è indenne neppure l'edilizia.
Un fenomeno che ha assunto una certa consistenza nel mese di settembre, e che a ottobre ha subito un'accelerazione preoccupante. I dati sono ancora aggiornati a settembre: da gennaio a settembre le aziende che sono ricorse alla cassa integrazione sono state 102. Più altre 34 ricorse alla cassa per l'artigianato.
Per un totale di oltre 200.473 ore: nello stesso periodo del 2007 erano poco più di 150mila. Un aumento di oltre il 33 %.
E’ una catena infernale che coinvolge tutti, perché l’SCM ovviamente ha il mondo come proprio mercato e gli Stati Uniti rappresentano una buona fetta della torta di coloro che hanno capacità di influire sull’andamento dell’economia mondiale.
Forse per la prima volta quindi anche a Rimini la crisi mondiale è tangibile, e se lo è a Rimini lo è in tutta Italia, e questo fa capire perché il sogno americano è improvvisamente e necessariamente diventato per tutti il sogno italo-americano, un sogno che trova la sua ispirazione onirica in tanti aspetti della nostra vita, siamo passati dall’economia alla società, dai diritti alla politica e tanti altri aspetti forse andrebbero ancora analizzati.
Cucù…

“America, abbiamo fatto tanta strada. Abbiamo visto tanto. Ma c'è ancora tanto da fare. Stasera chiediamoci: se i nostri figli dovessero vivere fino a vedere il prossimo secolo, se le mie figlie fossero così fortunate da vivere tanto quanto Ann Nixon Cooper, che cambiamenti vedranno? Che progressi avremo fatto? Questa è la nostra opportunità di rispondere.

Questo è il nostro momento per ridare alla nostra gente il lavoro e aprire porte dell'opportunità ai nostri bambini, per ridare la prosperità e promuovere la causa della pace; per reclamare il sogno americano e riaffermare quella volontà fondamentale, che di tanti, siamo uno; che finché abbiamo respiro, abbiamo speranza. E se troviamo davanti a noi il cinismo e i dubbi e chi ci dice che non possiamo, risponderemo con quel credo senza tempo che riassume l'intero spirito di un popolo: sì, possiamo.” (3)

Fonti e citazioni:
(1) http://www.english-zone.com/holidays/mlk-dreami.html
(2) http://www.repubblica.it/2008/10/speciale/altri/2008elezioniusa/nuovo-klan/nuovo-klan.html
(3) Stralcio finale del discorso di Barack Obama a Chicago dopo la vittoria, guarda il video su http://it.youtube.com/watch?v=Y_LB_HGQEKk&feature=related

L'articolo del NYT citato nel post

I dati sulla situazione dell'SCM e di altre aziende del riminese sono presi da articoli da:
www.altarimini.it
www.newsrimini.it/stampa.php?sid=45621

lunedì 27 ottobre 2008

La riforma della scuola: questa sconosciuta

Credete di sapere tutto sulla prossima riforma della scuola? Oppure ammettete candidamente di non capire un accidente fra tutti gli scioperi, le manifestazioni, le contromanifestazioni, le minacce, e chi più ne ha più ne metta?
Io sono per la seconda, così ho deciso di fare un po’ di chiarezza.
Un primo dato interessante è questo: secondo i Cobas, dal 2001 al 2007 i fondi stanziati nella scuola dal Governo sono calati del 31%. I tagli all’istruzione e alla sanità, a detta di qualunque sociologo, politico, storico o chi si voglia, sono l’ultima cosa da fare, anche in stato di crisi (noi, per dirla alla Grillo, siamo in leggera controtendenza). Vediamone i motivi: ogni finanziaria, dal 2001 al 2007 (gli anni presi in esame), è rivolta a migliorare una situazione di inflazione che vede il debito pubblico oscillare attorno al 105% del PIL. Chiaramente per recuperare quei soldi bisogna tagliare da qualche parte ma il perché poi quella "qualche parte" sia l’istruzione è un teorema chiaro solo a Berlusconi, Prodi & Co; dico Prodi perché non si pensi che sia colpa solo di Berlusconi e dei suoi ministri se oggi studenti, docenti e bidelli scendono in piazza. Certo è che Berlusconi andrà forse ad impartire un sonoro colpo di grazia con la nuova riforma Gelmini, una delle prime di questo governo che altrimenti avanza quasi esclusivamente per decreti legge. La riforma, che deve attenersi alla finanziaria 2008, anch’essa volta a far cassa, prevede tagli per 8 miliardi di euro diluiti nel triennio 2009/2011. Per raggiungere l'obiettivo si licenzieranno 43.000 membri del personale ATA (quindi assistenti, bidelli, ecc…) e da 87.000 a 100.000 docenti (fonte Repubblica.it e Cobas).
I primi, come sempre, saranno i precari, con l'ovvia conseguenza di un innalzamento dell'età media dei docenti.
Inoltre, sempre nelle “Norme per il rilancio dell’efficienza e l’efficacia della scuola” rientra la brillante idea di fare classi di soli stranieri, per favorire l’integrazione. Pare infatti che per questo governo le classi di soli stranieri favoriscono l’integrazione. Forse l'assonanza tra "emarginazione" ed "integrazione" deve aver ingannato la mente confusa e distratta di qualche Onorevole.
Mi addentro ancora in questa strana riforma, che non riguarda solo le scuole medie superiori o l’università. Essa parte dal basso (come le grandi rivoluzioni), e penalizza i futuri giovani studenti sin dalla scuola materna eliminando la cosiddetta primavera, cioè quei giorni estivi a cavallo tra giugno e luglio tanto cari alle neo-mamme, nei quali la scuola materna bada ancora ai loro pargoli. Finita la materna, il bambino si troverà a dover affrontare le elementari con un unico maestro. Un vantaggio ragguardevole: lasciando a casa la modica cifra di due maestri ogni tre si potrà avere un giorno a settimana in più di rientro pomeridiano.
Molti docenti sono contrari al ritorno del maestro unico perchè sostengono che il maestro non può e non deve essere un “tuttologo” che si arrabatta alla meno peggio per fare troppe cose e in poco tempo, ma il membro di un’équipe di lavoro dove il confronto e la collaborazione sono carte vincenti per analizzare e risolvere le problematiche di una classe e per sostenere insieme, di fronte alla famiglia, le scelte educative effettuate.

Forte è anche la riduzione prevista per le ore settimanali delle scuole medi inferiori: si passa a 29 ore settimanali e non più 32, sempre per il rilancio dell’efficienza e dell’efficacia della scuola, come vuole incessantemente sottolineare il Ministro Gelmini. Comunque non preoccupatevi: gli adolescenti quattordicenni che escono dalle scuole medie (senza più l’esame, eliminato dal precedente governo) potranno impegnarsi a fondo nelle scuole medie superiori. E potranno farlo fino ad un massimo di 30 ore settimanali se sceglieranno un liceo. Oppure fino a 32 nel caso di un tecnico o di un professionale. Tra l’altro ci saranno a disposizione in tutta Italia 10.000 Lim, lavagne interattive multimediali: in pratica un portatile con delle casse e un proiettore. Questa iniziativa, consultabile al sito della pubblica istruzione italiana, appare un evidente controsenso con la politica del necessario taglio dei costi tanto sandierato dal Governo. Quanto costeranno infatti 10.000 Lim? E con quali soldi verranno acquistate? I nostri, ovviamente. Tra l’altro l’arguto Ministro per la Pubblica Amministrazione Renato Brunetta ha notato che rispetto alla media europea il rendimento delle nostre scuole, a parità di spesa, e del 40% in meno. Ciò vuol dire che con i soldi che stiamo spendendo dovremmo raggiungere il 40% di obiettivi in più. Invece l’arguto ministro (per fortuna) senza portafoglio sostiene che, si debbano tagliare le spese nell’istruzione di quel 40%. Certo i conti tornano lo stesso, ma onestamente non pare proprio una furbata!
Gli ultimi due aspetti sui quali mi vorrei soffermare sono la “lode all’eccellenza” e la scelta fra scuole pubbliche e private.
Con ordine.
La “lode all’eccellenza” è lo slogan con cui il Ministero dell’Istruzione si impegna a garantire borse di studio maggiori o primo anno di università senza tasse ai migliori 20 studenti sui circa 4000 annui che sono usciti con 100 e lode alla maturità. Questa idea è secondo me contestabile in due punti. Se infatti 4000 studenti sono usciti con 100 e lode, con che criterio si sceglie a quali 20 dare i privilegi meritatissimi da tutti? Secondo, non sarebbe più conveniente abbassare il costo medio della scuola, così che chiunque possa permettersi libri nuovi o accessi alle università anche più specializzate e quindi più costose stimolando quindi un aumento del livello medio dell’istruzione?
Parliamo poi dei soldi che verranno stanziati alle scuole private a scapito di quelle pubbliche: alcuni ministri, intervistati da Repubblica, dichiarano che sono costretti a mandare i loro figli alle scuole pubbliche piuttosto che a quelle private (e spesso cattoliche), che ormai stanno inesorabilmente chiudendo. Che tristezza eh? Anche i figli dei ministri dunque saranno scolari come gli altri. Inammissibile, dato che i loro padri e le loro madri non sono certamente uguali agli altri, non trovate? A parte i non sequitur ministeriali, appare chiaro che penalizzare la scuola pubblica a vantaggio di quella privata è una manovra più da leader aziendale che da Ministro dell’istruzione. E' evidente come in questo modo si incentiva uno strumento per l'istruzione utilizzabile solamente da chi ha i soldi per permettersi di frequentarlo. Inoltre tagliare i fondi alle università vuol dire tagliare il futuro ai giovani: che faranno questi giovani? Dove andranno? Se ad esempio la sanità in Sicilia spende più di quanto spenda tutta l’intera Svezia in sanità, ci sarà pure qualcos’altro da tagliare? La Gelmini sostiene giustamente che ci sono 627 corsi universitari con meno di 15 studenti, e più di 90 con un solo studente; queste sicuramente sono spese folli e ingiustificate, ma la riforma della legge 133 (la legge Gelmini), non colpisce a mio parere nel modo giusto. In Italia rimarrà forse la possibilità di studiare, sempre per i più ricchi, ma non quella di ricercare. Gli italiani hanno sempre aperto strade nei vari campi scientifici, perché ora le si vuole chiudere? Era da tempo che non si vedevano in piazza davanti alle università studenti, professori e bidelli insieme, uniti contro un nemico comune. Non si sottovaluti la cosa.
Un’altra innovazione, come la reintroduzione del grembiule, che personalmente non è né carne né pesce, la lascio al vostro giudizio. Ma in tutta questa riforma c’è un fatto positivo, di cui si discute tanto: il voto in condotta.
Secondo la riforma infatti tornerebbe a fare media, e l’insufficienza sarà 5, come le altre materie, e non più 7. A chi protesta per questo vorrei fare una domanda: non trovate che il comportarsi civilmente sia un’occasione per alzare la propria media? Non sono richiesti miracoli come per le santificazioni: basta non picchiare i compagni o i professori, non filmarsi mentre si fuma o si fa altro in classe, non essere particolarmente maleducati e un bel 10, o male che vada un 9, è assicurato. E non fa schifo a nessuno. Un’ultima domanda: è logico che tanti studenti vadano a manifestare davanti alle sedi delle istituzioni a Roma e, intervistati da giornalisti, non sappiano neanche dire contro cosa protestano? Purtroppo in questi casi mi vergogno di essere uno studente, e scrivere un articolo come questo francamente è inutile. Per fortuna ci sono anche quei 4000 studenti che escono con 100 e lode.

giovedì 23 ottobre 2008

Ancora razzismo

Assistiamo ormai periodicamente nella nostra povera penisola a impietosi episodi di razzismo. I casi di pestaggi o peggio stragi di extracomunitari stanno aumentando e solo nell’ultimo mese la cronaca ha divulgato numerose vergogne, come ad esempio il caso di Emmanuel. Il ventiduenne ghanese è stato fermato per un controllo antidroga da tre persone che arrivandogli alle spalle gli avevano bloccato le mani e lo avevano accerchiato; il giovane non avendo capito cosa stava succedendo è fuggito ma i tre agenti che non si erano identificati in precedenza lo hanno rincorso, preso e pestato. Poi caricatolo in macchina lo hanno portato in cella e durante il viaggio uno dei tre ha continuato a colpirlo infamandolo con frasi razziste come “negro di merda”. Infine per insabbiare la vicenda al padre ed alla stampa il comandante dei vigili ha dichiarato che il ragazzo era probabilmente caduto mentre fuggiva e che non era assolutamente stato insultato né tantomeno picchiato. Questa storia ha suscitato grande scalpore, al pari di quella del trentaseienne cinese malmenato da sette ragazzi tra i 14 e i 17 anni mentre aspettava l’autobus alla fermata. Il malcapitato è rimasto a lungo in stato di shock con il setto nasale rotto, un grave trauma cranico, una profonda ferita sulla nuca e svariati tagli sul viso. Gli aggressori sono stati severamente puniti dai genitori ma non sembravano pentiti né dispiaciuti per il loro crimine. Questa indifferenza dei giovani è la causa principale di azioni come queste, se non addirittura peggiori, e purtroppo il passo successivo al pestaggio è l’omicidio, come nel caso di Abdul William Guibre, il ragazzo di nazionalità italiana proveniente dal Burkina Faso di 19 anni che è stato ucciso con ripetute sprangate alla testa. I due aggressori (Fausto Cristofoli, 51 anni, ed il figlio Daniele, 31) secondo la ricostruzione degli agenti aiutata dai testimoni oculari John K., ventunenne del Ruanda e Samir R., diciannovenne di Reggio Calabria si sarebbero scagliati sul povero Abdul accusandolo di aver rubato dei biscotti nel loro bar e mentre urlavano epiteti razzisti continuavano a colpirlo per poi scappare lasciando il corpo del diciannovenne a terra quasi privo di vita. Il giovane è poi deceduto qualche ora dopo in ospedale tra le lacrime della famiglia e degli amici increduli e sconvolti dall’accaduto. Questo fatto increscioso purtroppo non è unico nel suo genere, un caso analogo si è verificato a Castelvolturno, analogo solo perche il movente dell’omicidio, o meglio in questo caso della strage è sempre il razzismo. Nel casalese questa volta sono morte ben 6 persone innocenti. Uno degli amici dei sei poveri africani, Kwane , colmo di rabbia ha dichiarato: “Come è possibile che avvenga tutto questo, come è possibile che avvenga qui in Europa? L'Africa fa schifo, okay. Veniamo qui per non vivere in quello schifo. Veniamo qui soltanto perché siamo poveri. Non è una colpa. Non lo dovrebbe essere in Europa. Vogliamo soltanto sopravvivere alla miseria e, quando ci riusciamo, aiutare le nostre famiglie. Dicono oggi che i nostri poveri morti erano spacciatori di droga. È una menzogna. Una grande menzogna. Si spezzavano la schiena nei campi e nei cantieri. Chi lavorava nella sartoria lo faceva dalla mattina alla sera, senza alzare la testa dal banco. È un'offesa che brucia sentire e leggere che erano delinquenti. Lo dicono soltanto per mettere tutto a tacere.[…]” poi scoppiato in lacrime ha continuato: “Non è giusto, siamo brava gente. Anche la nostra vita dovrebbe avere un valore. Quando uccisero quella signora a Roma, subito trovarono il rumeno assassino. Accadrà anche per noi, per i nostri amici innocenti? No, che non accadrà. Perché noi siamo negri e la nostra vita non vale quella di un italiano, nemmeno quella di un italiano assassino. Siamo noi - non i bianchi di qui, non gli italiani che accettano di vivere con quella gente armata - siamo noi a chiedere: dov'è lo Stato in questo Paese? Perché non fa il suo mestiere?
Non voglio darvi spunti…rispondete voi alla sua domanda.

Fonti:
www.ilbastiancontrario.it | www.zic.it | www.repubblica.it